Archivio per dicembre 2012 | Pagina di archivio mensile

Categoria: Libri, poesie e prosa

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Ireneo Funes sapeva la forma delle nubi  australi  dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina di un libro che aveva visto una volta sola. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una lunga veglia funebre. Forse riusciva a vedere tutte le stelle che c’erano nel cielo. Riusciva a ricordare non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna delle volte che l’aveva percepita o immaginata.  Diceva di avere più ricordi, lui, da solo, di tutti gli uomini di tutti i tempi messi insieme. Diceva che la sua memoria era come un deposito di rifiuti. Era il solitario e lucido spettatore  di un mondo vertiginoso e  multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso, sovraccarico di immagini, di meticolosi dettagli concreti eppure intangibili.

Categoria: Arte e mostre

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Ogni scatto di Nino Migliori potrebbe essere definito come un racconto, una storia. Le sue fotografie più famose sono cariche del neorealismo tutto italiano degli anni ’50, quando dal Nord al Sud si cominciava a riprendere una vita normale, più leggera, si ricostruiva un futuro. L’Italia che Migliori scopre quando comincia a fotografare a Bologna è quotidiana e nuova allo stesso tempo, è un’Italia poetica ma normale, è un’Italia fatta di vicoli, di biciclette, di bambini con i calzoni corti e di frati che giocano a pallavolo. L’occhio di Migliori è preciso, documentarista, profondamente geometrico nella costruzione spaziale dell’inquadratura. Sono immagini lente, pensate, intense. La retrospettiva allo Spazio Forma è ben costruita, permette di conoscere l’universo visivo del fotografo emiliano in modo lineare, facile in un certo senso, quando Migliori non è certo un fotografo facile.

Categoria: Libri, poesie e prosa

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Un romanzo familiare che, via via, da storia di esistenze individuali, si trasforma in un affresco dell’esistenza in quanto tale, dell’esistenza nella quale  respirano i viventi e le cose, la terra e i suoi colori. Nella storia di due fratelli, nel loro legame fatto di reciproca amara sorveglianza, di distanza sofferta e insieme perseguita, si disegna la linea della vita stessa. E’, si potrebbe dire, il vento della vita che si fa scrittura, si fa narrazione, e attraverso le voci dei personaggi e le situazioni mette in scena una meditazione sull’esistenza: la curva del tempo che lacera e consuma, il rito delle partenze e degli arrivi, la presenza di un altrove che è richiamo ma anche disincanto, la ferita di conflitti e di offese non risarcibili, la memoria che l’irreversibilità del tempo rende aspra. Due fratelli del brasiliano Milton Hatoum (Marco Tropea editore, 2005) riprende il tema classico, e perturbante, della fraternità gemellare, della sua proiezione nella fantasmatica del doppio. Un tema che il narratore svolge secondo un’invenzione insieme calda e amara, affidando all’antico motivo il compito di dire qualcosa su ciò che unendo separa, sulla prossimità che si fa lontananza, sul legame che si rovescia in odio. E’ l’altra faccia dell’agnizione classica, plautina: la distanza tra i due fratelli è una malattia che non ha alcuna remissione, si approfondisce, si fa invasiva, invasiva dei pensieri, della vita stessa.