Archivio per novembre 2013 | Pagina di archivio mensile

Categoria: Tradizioni e costumi popolari

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nonno nipote

La locuzione sostantivale “joint venture”, mutuata, al pari di tante altre, dalla terminologia inglese, ma ormai divenuta di uso comune in tutto il mondo, dà, di primo acchito, l’impressione di qualcosa di complicato, difficile. Invece, com’è noto, tradotta in italiano, può significare, anche e semplicemente, alleanza, collaborazione. Ad ogni modo, vocabolo a parte, nella specifica fattispecie è il caso di osservare che i linguisti anglo-sassoni non hanno scoperto proprio niente di originale. I miei nonni materni, i quali vivevano insieme con i sei figli in una modesta abitazione a piano rialzato, fino a quando non sono divenuti vecchi o inabili, hanno sempre allevato una capretta, che, di giorno, conducevano immancabilmente al libero pascolo nei loro fondicelli, tenendola poi, la sera e durante la notte, ricoverata in un angolo della cantina a livello interrato. Una compagnia, fissa e costante, per la famiglia, dunque, il mite ovino, e, in più, una fonte di esigui guadagni a beneficio del magro bilancio domestico.

Categoria: Storia salentina

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fidanzati

Nello scorso secolo, più precisamente per tutta la sua prima metà, al paesello, la composizione classica dei nuclei famigliari era di otto unità, ossia marito, moglie e sei figli. In taluni casi, si arrivava a nove dieci membri e, eccezionalmente, finanche oltre; rari, invece, i focolari meno affollati. In linea con la tendenza generale, sei figli, fra maschi e femmine, avevano procreato pure i miei nonni materni. Intorno al 1947, ben tre degli zii, zia R., zia V. e zio T. erano impegnati con i rispettivi “ziti” e “zita”. All’epoca, l’accezione fidanzato/fidanzata era pressoché sconosciuta, comunque non usata, si usava dire, giustappunto, “tenere u zitu” e “tenere a zita”. L’espressione “fare l’amore” si traduceva in un concetto, o realtà, rigorosamente ideale, solo per immaginazione. Nessun contatto, ragazzi e ragazze, giovanotti e signorine, ancorché promessi o promesse, tra loro si parlavano appena, scambiando parole misurate e contenute, mentre effusioni, carezze, affettuosità anche innocenti erano enumerate unicamente nei sogni, nelle speranze e attese.

Categoria: Cultura e società

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freccia bianca

Ottobre, domenica pomeriggio a bordo di una “Frecciabianca” in servizio da Milano a Venezia e Trieste. Seduto di fronte a chi scrive, un giovane dall’incarnato bruno, capelli nerissimi, occhi come autentici tizzoni, un filo di barba scientemente, ma non per mera incuria, sottratto al rasoio. Il volto emana una ventata di naturale simpatia che contagia ancor più spiccatamente alla luce della conversazione che, a un certo punto, imbastisce via cellulare con un amico, in corretto italiano, ma condita da inconfondibile e colorito accento siculo. Due ragazze venete che occupano i posti a fianco chiedono al viaggiatore ormai al centro della scena quanti anni abbia (ventuno, ventitré?) e di quale località sia originario. Il nostro sembra quasi imbarazzato nel pronunciare il numero diciannove. Dopodiché, aggiunge di chiamarsi Ignazio, di essere nativo di Marsala, di aver appena conseguito il diploma di ragioniere, di aver iniziato – da due settimane – a lavorare da bidello nella scuola elementare di un piccolo paese in provincia di Padova, con l’incombenza di badare a quattro aule e a due servizi, comprese le pulizie al termine delle lezioni; contratto a tempo determinato fino a giugno 2014, stipendio netto mensile 900 euro circa, con cui fronteggiare, in primis, il costo di un appartamentino preso in affitto a 550 euro il mese.

Categoria: Tradizioni e costumi popolari

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marittima

Marittima, piccola e amena località del Basso Salento, si presenta, per un cospicuo tratto del suo perimetro territoriale, come incorniciata da un susseguirsi di scogliere, seni, calette e anfratti, un mare letteralmente da favola. In aggiunta, annovera apprezzabili attrattive naturali e paesaggistiche, fra cui vecchie torri costiere d’avvistamento e spettacolari sempre verdi distese d’ulivi, dalle vivide sfumature argentee, rese scintillanti dai riflessi dei raggi solari. E, però, nella circostanza, al comune osservatore di strada, viene l’estro di soffermarsi su una connotazione del paesello solitamente sottaciuta, un aspetto incorporeo, in altre parole sulla sua anima. Una bozza di rosario distintivo e descrittivo senza tempo, una copertina di semplici meditazioni, riflessioni e ricordi, solo in apparenza con correlazione esclusiva al passato, di fatto, invece, serbanti tuttora palpiti, segni, tracce di valori e modelli esistenziali che potrebbero utilmente calarsi anche nella quotidianità.

Categoria: Storie galatinesi

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mappa

Sosteneva il compianto Donato Moro, riconosciuto esperto di fonti salentine, che qualora emergesse conflitto tra un documento comprovato ed una tradizione «non possono permanere incertezze di sorta: deve essere messa da parte la tradizione, anche se solenne per il suo protrarsi nel tempo»[i]. È proprio questo il caso della scomparsa chiesa di S. Maria del Tempio di Galatina che una antica “tradizione” storica, risalente a Michele Montinari nella sua Storia di Galatina[ii], la vuole collocata in piazza Vecchia e che ora, al rinvenimento in quell’area di un edifico sacro [?] diruto, una sparuta schiera di novelli proseliti ed accoliti di quella “tradizione” non solo ritiene di aver individuato l’esatta ubicazione di quella chiesa, ma favoleggia addirittura una misteriosa presenza templare. La storia – era solito affermare lo studioso salentino Nicola Vacca – non si scrive né con i se né con i ma, la storia è storia di fatti, di cose accadute e qui i fatti e le cose sono, ahimé molto differenti.