Alessandro Tomaso Arcudi di Galatina

Ago
2012
28

Categoria: Cultura e società

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Quando Alessandro Tomaso Arcudi di Galatina pubblicò, nel 1697, la sua prima opera, aveva già superato la quarantina, ed era quindi piuttosto avanti negli anni. S’intitolava: Miniera dell’argutezza scoperta dal sig. Silvio Arcudi ed illustrata dal P. Alessandro Tomaso Arcudi, suo pronipote, de’ Predicatori ed era inserita nella Galleria di Minerva, Tomo II, presso Girolamo Albrizzi, in Venezia, MDCXCVII, alle pp. 297-306. Del suo bisavolo l’autore utilizzava “alcuni abozzi di questa vasta materia, quasi affatto logorati e consunti non so dagli anni o dalla trascuragine degli credi” (p. 297). E davvero c’è da credergli; perché, tra l’altro, verso la fine dell’opera, vengono citati, dei Tesauro, il Cannocchiale Aristotelico, che apparve nel 1654, ricordato qui come strumento già ampiamente divulgato; e anche le “Lettere missive”, cioè Dell’arte e delle lettere missive, che videro la luce vent’anni dopo; né il bisavolo poteva esserne a conoscenza. Dunque, l’aggettivo illustrata del titolo non val quanto “annotata”, perché in effetti “miniera” e “illustrazione” fan tutt’uno. La “vasta materia” è quella delle argutezze, cioè dei mille modi di manipolare (spostando, anagrammando, aggiungendo, togliendo ecc.) i nomi propri e le parole comuni, ricavandone impervii e sorprendenti significati.

Nello stesso tomo della Galleria, subito dopo (a p. 306), l’Albrizzi editore, in una nota dal titolo Anatomia degl’Ipocriti di Candido Malasorte Ussaro, dà notizia di come “il vero autore di quest’opra che si trova sotto il mio torchio, sia il P. Alessandro Tomaso Arcudi dell’Ordine de’ Predicatori”, lo stesso, cioè, della Miniera; e se ne deduce che l’Anatomia degl’Ipocriti era attesa con molta curiosità (“L’opra è di novella invenzione, piena d’erudizione sacra e profana, copiosa di dottrine e di scritture…”), e che si era in dubbio su chi ne fosse l’autore sotto la denominazione di “Candido Malasorte Ussaro”.

In tal modo si spiega l’esatto e intero titolo dell’opera, la seconda del nostro Arcudi: Anatomia degl’Ipocriti di P. Alessandro Tomaso Arcudii da Galatina, pubblicata con lo pseudonimo di Candido Malasorte Ussaro; la quale uscì appunto per i tipi dello stesso Girolamo Albrizzi a Venezia, nel 1699, due anni dopo. Fin da queste battute iniziali (editorialmente parlando, ché l’Arcudi aveva già, come si è detto, più di quarant’anni) colpisce la frequente tendenza dello scrittore a lamentarsi e a polemizzare, suscitando il sospetto che soffrisse un po’ di mania di persecuzione. Nella Miniera delle argutezze: “lo, occupato continuamente da molti ed affollati agitamenti…” (p. 297); “… Ed io, essendo stato con incredibile e troppo orrido tradimento corrisposto da persona che da me ricevuto aveva sommi favori e finezza di confidenze…” (p. 302). E nella Nota sull’Anatomia, subito dopo, lo stampatore avverte che nell’introduzione egli (cioè l’autore) ha voluto “far le sue dovute proteste” (p. 306), ed è desideroso di dare in luce suoi scritti: “Ma tien bisogno che gli desse pace l’invidia, quiete la fortuna e tempo la morte” (ivi).

Ancor più evidente, in questo senso, ciò che si legge a tutte lettere, fra l’altro, nell’introduzione dell’opera (pp. 9-10):

Se l’invidia avesse fatto qualche pausa all’ire sue inviperite, averei dato da’ primi anni il compimento a diverse opre e snidate altre idee; ma necessitato a scomponer libelli, non ho potuto componer libri a mio piacere. Intento come Alessandro a scioglier nodi gordiani, non ho possuto legar volumi. Deh, se finalmente corrispondesse il Cielo intenerito alla mia brama! Deh, se sparissero annientati tutti gli nuvoloni sulfurei e tetri, per comparire la serenità dei miei giorni!

Così scrive l’Arcudi. E dunque la sua vocazione allo scrivere era di vecchia data, con molti frutti racchiusi nel cassetto (sono puntualmente elencati alla fine della Nota sull’Anatomia; anche il preannuncio del S. Atanasio – ne parleremo più in là – col titolo più significativo di Tutti contro uno); che i lavori manuali, ai quali da frate obbediente aveva dovuto attendere, gli avevano impedito di completare quanto aveva in corso di redazione; e che infine sulla sua vita continuavano ad incombere “nuvoloni sulfurei e tetri”, togliendole il cielo sereno. Se anche si dovesse leggere in questa presa di posizione un nucleo di scuse per il fatto che fino a 42 anni (era nato nel 1655) non aveva ancora pubblicato nulla, tuttavia par innegabile la conferma di un’autentica vocazione letteraria e un bisogno (e un proposito) di protagonismo. Fatto sta che l’Anatomia degl’Ipocriti, nella sua mole massiccia, nella sua struttura di ritmo esemplare ripetuto parallelamente da principio alla fine, con i suoi indefettibili e inalienabili contenuti di fede e di morale, con i suoi implacabili e aggressivi moti polemici, e infine con la sua lingua e tecnica espressiva finalizzata al supremo desiderio della più larga e convinta conquista sociale del pubblico destinatario, è senz’ombra di dubbio più un primo sicuro punto d’arrivo, una inossidabile sinergia, che un punto di partenza. Si tratta, infatti, di un massiccio, interminabile trattato di più di 800 pagine fittissime, tanto da mozzare la capacità visiva. La struttura generale vuol essere congrua all’immagine del titolo (Anatomia); talché l’ipocrisia viene distesa sul lettino anatomico e sezionata in ogni sua parte. E allora i capitoli sono chiamati “Membri” e assegnati via via alla faccia, al capo, ai capelli ecc., e anche all’ombelico, alla pelle, ai visceri per un totale di 18 “Membri”. A sua volta ciascuno di questi si suddivide in uno o più “Tagli” e alcuni ne hanno ben 6 di “Tagli” insomma di sottocapitoli, con diversa intitolazione ma rispondenti all’unico soggetto. Chiude infine l’opera un capitolo finale, Frammenti di ritagli, una sorta, diciamo così, di frattaglie, condite da un’infinità di citazioni e rinvii sacri e profani. Risulta chiaro che insomma nell’opera si rispecchia già tutt’intera una vita, in modo compatto e coerente spesa per il proprio ideale di santità e condotta fra amarezze e delusioni, insofferenze mordaci e inghiottite rassegnazioni, reazioni a malapena frenate ed esplosioni d’indignazione. Pagina dopo pagina:

Da che ebbi l’uso della ragione – così nell’Introduzione – son stato un affamato parasito di libri; né ho stimato ricreazione alcuna saporosa senza il condimento di qualche nuova lettura. Ho molto abominato quelle persone, e massime ecclesiastiche e regolari, che dovendo secondo il debito dell’ufficio sepelirsi nella ritiratezza dell’operazioni e de’ studi, consumano scioperatamente il tempo nelle sessioni delle botteghe e delle porte, ne’ circoli de’ cortili, ne’ passeggi delle piazze, nelle visite di feminelle, lacerando l’altrui fama, e la propria anima contaminando [ … ] Sono però alcuni così maligni, che oprano tutto al contrario: non cercano trovar il buono in mezo al cattivo, ma il cattivo da mezo al buono van mendicando. Dentro un giardino pieno di fiori van cercando l’ortiche, dentro un piano verdegiante van spiando una spica di loglio. A me basta in un campo di fieno trovare una spica di grano al mio appetito; e quando niente ritrovarò, non manca altro ingegno che lo ritrovi (p. 9).

Veramente, una sola spiga di grano al suo appetito non bastava affatto, tanti sono i modi, i mezzi, gli espedienti tecnici, con i quali è intento a colpire l’ipocrisia, suo bersaglio fisso. E non soltanto fra la gente e il mondo circostante indistintamente, quanto, e ancor più, proprio fra i chierici, i regolari, i confratelli (“io gli strapperò la maschera e te la pongo in mano…”); né rifiuta una sola delle armi a sua disposizione: quelle che impugnò Cristo contro i Farisei nell’Evangelo; le Sacre Scritture tutte intere; le opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa; quelle della grande tradizione filosofica cattolica (e in particolare – com’egli stesso precisa – S. Agostino e S. Tommaso), e altre meno note e usate, ma forse anche più concrete nello specifico; e ancora, infine, “gli adornamenti delle etniche [pagane] erudizioni”, poiché l’ipocrisia non ha conosciuto confini di tempo. “E’ tutta aliena la munizione – si consentirà con l’autore -, ma propria l’industria e l’arte; onde la fabrica è mia, non d’altri; alla mia mendicità è stata offerta la suppellettile, ma l’artificio ed il lavoro è opra delle proprie mani ed invenzione del proprio ingegno”. Ed era veramente una fabbrica mastodontica e virulenta.

Ora, la virulenza polemica generalmente ingenera simpatia in quelle fasce sociali che non se ne sentono toccate, anzi gratificate; ma quando è rivolta, come arma affilata e tagliente, contro coloro che fanno parte dello stesso mondo cui appartiene il polemista e ne detengono magari il potere, ingenera fastidi, insofferenze, ostilità che possono, all’autore, rendere difficile la vita. E a lungo andare il nostro Padre Arcudi, domenicano, ne pagherà, come vedremo, il fio. Comunque, la prima edizione dell’opera recava – s’è detto – il nome dell’autore a chiare lettere in esplicazione di un anagramma complesso: quello di “Candido Malasorte Ussaro”, usato in avanscoperta. Ed è vero che quest’uso era diffuso assai, e anche l’Arcudi vi ricorrerà ancora in altra forma; ma nel caso specifico c’erano delle buone ragioni che il Galatinese -probabilmente non dicendo tutta la verità, essendo ormai caduto lo schermo – motivava in questo modo: l’ipocrisia opera sempre dietro una maschera, ed io la combatterò mascherandomi anch’io; contro gl’ipocriti sarò tutto “Candido”, esponendomi di conseguenza ad ogni “Malasorte”, onde mi occorre la pazienza di un “Ussaro”, quella di Giobbe cioè, che fuit de terra Hus (Giob., I, 1: “Vir erat in terra Hus, nomine Job, et erat vir ille simplex, et rectus ac timens Deum”).

Questo era Padre Alessandro Tomaso Arcudi, domenicano, dopo qualche anno dai quaranta suonati. Da giovinetto era diventato chierico a Galatina anche per espressa sollecitudine dell’Arcivescovo di Otranto, il molto reverendo Monsignore Gabriele Adrazzo; ma, morto l’Arcivescovo, e mortogli anche il padre, a 17 anni entrò nell’Ordine dei Domenicani (1672), che gestivano appunto una casa colà. E certo dovette far concepire subito ottime speranze di sé, dal momento che fu mandato a studiare prima a Perugia e poi a Roma, conseguendo i titoli di Lettore di filosofia, di teologia e di Predicatore generale dell’Ordine. E maturarono subito i frutti. A Lecce nel 1680 esercitava già il Lettorato di filosofia nel convento dell’Annunziata; ma che salisse in fama, lo si deve ancor più, certamente, alla sua predicazione impetuosa ed estuante (lo testimonieranno le pagine delle sue Prediche quaresimali; Lecce, Mazzei, 1712), ad Andria, per esempio, (1693) e a Spoleto (1697, Predicatore annuale). Tuttavia fin quasi allo scorcio del secolo nulla di lui era comparso a stampa, come s’è visto, anche se molte carte conservava già nel cassetto. Si ha notizia di una sua Istoria della Terra di S. Pietro in Galatina, probabilmente la sua prima prova in senso assoluto, dacché è riferibile ai tempi della sua adolescenza (quando aveva, pare, solo 17 anni); come si ha notizia di tre suoi “opuscoli” (probabilmente dialoghi), che egli stesso direttamente ricorda: Della fedeltà smarrita (in S. Atanasio, p. 2); Della felicità de’Letterati (ivi, p. 3); La pietra lidia della virtù (ivi, p. 4). Recentemente poi Michele Paone ha pubblicato, nell'”Archivio Storico Pugliese”, XXXVIII, gen.-dic. 1984, pp. 219-243, una sua Relazione sui conventi domenicani salentini, che però egli dimostra essere stata composta più tardi, fra il 1706 e il 1707. Anche in Orbis rectus (pubblicato postumo, nel 1719) è ricordata La pietra lidia della virtù, con le seguenti parole: “…et nos in Lapide lidio (aliud opus laboriosum autoris )…” (p. 79).

Certo, l’esplosione editoriale di Padre Alessandro Tomaso Arcudi avvenne nei primi due decenni del sec. XVIII; ed in essa è ben identificabile un lancio, per così dire, galatinese, costituito da due opericciuole simpatiche e attraenti. La prima è la seguente, nel suo titolo intero: Galatina letterata. Opretta nella quale si rappresentano quarantaquattro personaggi che hanno illustrato colle lettere la loro patria di S. Pietro in Galatina; Del P. Fr. Alessandro Tomaso Arcudi de’ Predicatori, autore de “L’Anatomia degl’lpocriti” sotto nome anagrammatico di Candido Malasorte Ussaro; in Genova, MDCCIX, nella Stamperia di Giovan B attista Celle ( il Paone ci avverte che Genova è un falso, e che bisogna leggere “Lecce”). Dunque, un legame affettivo, principalmente, per l’amato luogo natio, e un sentimento almeno in certa misura campanilistico. Sono 44 brevi biografie di “illustri” galatinesi, fra i quali gli Arcudi naturalmente, e poi i Vernaleone, i Mongiò, gli Zimara, nonché Francesco Cavoti, Marcello Pepio, Ottavio Scalfo, Stefano Pendinelli, il famoso arcivescovo d’Otranto al tempo dei Turchi, e altri. Non c’è dubbio che queste opere erudite, che s’inquadrano appunto nella coeva sensibilità “storica”, siano oggi preziose per la ricostruzione di minori aree culturali, anche se non sommamente eccellenti per acribia critica. E naturalmente, non è che in questa sua il fervido Alessandro Tomaso riesca a disvestirsi della sua connaturata vis polemica. Fra l’altro, nell’introduzione mette subito le mani avanti, per contestare sia coloro che ritenevano inopportuno comparissero, fra i biografati, anche personaggi meritevoli soltanto per le loro sante virtù, sia le polemiche sull’assenza di personaggi cari ai famigliari viventi, i quali se li raffiguravano (dice sarcasticamente l’Arcudi), “colossi al microscopio”. E coglie anche l’occasione per dare dell’ignorante a quel tale, che si era permesso di rimproverare all’Arcudi di aver usato, nel titolo della sua opera maggiore, la parola “Anatomia” invece della, secondo lui, più corretta “Notomia” (e sì che l’Arcudi aveva ragioni da vendere sul piano della dottrina storico-etimologica!). L’opera suscitò, com’era prevedibile (certe cose non cambiano mai), un autentico vespaio tra i letterati, specialmente tra gli “accademici” galatinesi e salentini; e per l’Arcudi fu un vero invito a nozze. Colpo su colpo rispose a tutti, e pubblicò le sue repliche nell’altra opericciuola che così fu intitolata: Le due Galatine difese; Il libro e la patria; In diversi opuscoli raccolti e dati in luce dal signor Francesco Saverio Volante; in Genova (forse anche qui una topica), MDCCXV, nella Stamperia di Giovan Battista Celle. Questa volta lo pseudonimo di Francesco Saverio Volante non doveva (e non poteva) nascondere proprio nulla; solo poteva servire all’autore, in quanto gli avrebbe permesso di scrivere in terza persona, e contro i malcapitati, ogni sorta d’improperi, per altro sempre ragionati. E siccome su questa operetta c’è, mi pare, una qualche confusione in chi se ne è interessato in precedenza, ritengo utile offrirne qui un preciso ragguaglio. Essa si apre con due brevi note, una ai “Discreti ed eruditi lettori”, l’altra ai signori “Accademici Risoluti di Galatina”. Segue la parte più consistente (pp. 17-116), nella quale, dopo una “Protesta dell’autore”, si legge la Ferola apologetica vibrata contro le calunnie ed imposture ordite da alcuni Gallogreci al libro di “Galatina letterata” e al suo autore. Ancora una Epistola responsiva al sig. Filareto Tirone (pp. 117-140) su problemi di carattere linguistico (rapporti tra grafia e pronunzia), che farebbe la grande gioia d’ogni linguista che volesse studiare le estreme frange periferiche della questione della lingua a cavallo dei secc. XVII e XVIII; e poi uno scritto su Pietro Galatino, in vivace polemica (ci mancherebbe altro!) con Domenico De Angelis per la sua biografia del Galatino entro le sue Vite; un altro contro l’epigrammista Giovan Pietro Musarò; e infine la favola in latino del Momus Philosophaster (Momo spedito da Giova in terra, ecc.), che sembra il dotto epilogo simbolico di tanto spiccinìo. Non si tratta certo di un capolavoro, né del capolavoro dell’Arcudi; ma l’opera è davvero divertente, di lettura amenissima, e infine autentico documento di attentissima attività letteraria periferica e di straordinaria vivacità d’ingegno.

Si può pensare che gli anni intercorrenti tra la fine del sec. XVII e il primo lustro del seguente siano stati tra i più felici nella vita dell’Arcudi; o per lo meno tra i più fervidi e produttivi, considerato che Il gli nuvoloni sulfurei e tetri” egli se li andava cercando con quel suo carattere polemico e insofferente; e scompariva così la serenità del suo cielo. Dopo un periodo di priorato a Nardò allo scoccare del secolo, passò a fare il Superiore nel convento di Galatina, dove la sua presenza è anche attestata successivamente intorno al 1706 e ancora intorno al 1709-1710. E siccome si ha notizia di una sua seconda dimora ad Andria (1705) per predicarvi la Quaresima, se ne deduce che la frequentazione galatinese – eccettuata qualche interruzione anche piuttosto lunga – si protrasse nel tempo e fu, come il carattere stesso dell’Arcudi, dinamica e anche un po’ tumultuosa. Quando scrisse la Relazione già ricordata (quella, per intenderci, pubblicata dal Paone, del 1706-1707), egli era Superiore a Galatina, nel cui convento si fa vanto d’aver istituito una “commoda libraria”, arricchitasi subito da quei “pochi libri gettati in una camera piovosa” che c’erano prima. Si fa merito d’aver anche rinnovato l’antica sacrestia, che “poco differiva da una grotta”, e ne aveva fatta “la più bella della provincia”, “per invenzione sua e con un bancone e stipi magnifici”; e d’aver curato nuovi altari, una croce d’argento, una bella pianeta e altro ancora d’alto costo e di pregiatissimo valore. Immodesta magnificenza delle proprie capacità. E aveva allora intrecciato quei rapporti con i letterati galatinesi frequentatori di accademie, che poi condurranno alla pubblicazione della Galatina letterata e alle polemiche annesse, che furono verbali prima che scritte (lo si dichiara espressamente nell’introduzione; e immaginiamoci la febbre, a Galatina!). Infine, nel 1713 l’Arcudi funziona da Superiore nel convento dell’Annunziata, a Lecce.

E’ anche il tempo in cui egli può finalmente pubblicare le sue Prediche Quaresimali, le quali, corredate del nome dell’autore in chiare lettere, uscirono a Lecce nel 1712, nella Stamperia del Mazzei. Qui il carattere polemico dell’Arcudi è destinato a frenarsi e a placarsi; ma non certo il fervore della sua missione di domenicano e del suo linguaggio. Se non altro, se la piglia con l’editore (“Al cortese lettore”), che è venuto meno all’obbligo delle correzioni e delle sostituzioni di due pagine da lui assunto, onde era stato chiamato in tribunale (“Io ero stufo tre anni continui di farmi sentire per questa causa ne’ tribunali…”), se non ci sia nella denuncia – ma pare alquanto improbabile – un gioco simbolico o allegorico. Nelle prediche l’attacco aggressivo cede al fervore delle convinzioni religiose, tutte tese a commuovere gli ascoltatori verso propositi di moralità e di santità. Certo – e siamo ai primi del Settecento – lo stile dell’Arcudi oratore bada più alle cose che alle parole; e perciò non indulge eccessivamente alle strutture barocche, tuttavia presenti, né troppo alle perverse e immaginose modanature verbali tanto più care, magari, a certi suoi compagni di missione. Gli basta farsi capire, anche a colpi allitterativi, senza star li a badare più che tanto alla purezza e alla proprietà linguistica. Il fine principale della predicazione “dev’essere non il diletto, ma il profitto”, e precisamente quello “della volontà operante”; la parola di Dio “non ha bisogno di fuci”, perché insegna “il bel vivere, non il ben parlare”; le cause celesti vanno presentate con la “bassezza di stile” che permette a tutti di toccare i misteri divini, e non “con la frase affettata del Boccaccio, ma collo stile pungente de’ Profeti” (pp. 5-6). E bisogna ammettere che nelle prediche si tenta di metter bene in atto questo “programma” ideologico, stilistico e linguistico.

D’altronde – e qui si apre un capitolo molto interessante – era da molto che l’Arcudi meditava su questi problemi. Nell’Anatomia (1699), considerato che non si può scrivere “a genio di tutti”, perché diversi sono gli umori, diverse le inclinazioni, diversi i cervelli, egli si propone di scrivere solo “a genio suo ” , perché egli scrive “per insegnare la santità dei vivere, non la beltà del parlare”. E tante sono del resto – egli lamenta – le regole della lingua, che proprio non si sa quale osservare; e su una sillaba si questiona infinitamente; per esempio sul suo stesso nome: Alessandro o Alesandro? Tomaso o Tommaso? L’essenziale, dice, ècapirsi e tendere insieme alla ricerca della verità, nella bontà del concettare e del vivere. Il problema lo stimola nel profondo:

Ho perduto più sonno e più cene, applicato sopra de’ libri, per imparare cose e non parole, dottrine e non vocaboli. Questi me gli dona l’uso e la natura, quegli bisogna acquistarseli co’ sudori e colla fatica. Mi basta, per ispiegare gli miei concetti, una locuzione non barbara, non inculta, e tale che le parole conduchino dolcemente alla cognizione delle dottrine. Quindi mi avvaglio con indifferenza di alcune voci e dialetti, e talvolta lascio correre la penna a scrivere or d’una or d’altra maniera. Che importa lo scrivere laude o lode, Evangelio o Evangelo, opera o opra, mistero o misterio ? Forse non m’intendi il concetto, se non lo pronunzio con quelle voci che si confanno al tuo umore? Quando uso una tale grammatica ed ortografia, sappi che non lo faccio per ignoranza e perché non so quel che tu sai, ma lo faccio per elezione! (Ferula apologetica delle Due Galatine difese, p. 6 1).

Si poteva dir meglio? E considerata la contrapposizione cose-parole, e l’equiparazione lingua-dialetto, al fine della comunicazione, sarebbe permesso parlare di pre-illuminismo linguistico? Lo so, lo so bene; molti arricceranno il naso d’istinto, leggendo queste parole, e io stesso l’avrei di certo arricciato d’impulso, se le vedessi scritte da chiunque altro. C’è da riflettere. L’Arcudi è un frate domenicano, èanche un predicatore; le nonne tridentine sono ancora lì a motivare e giustificare e interpretare le prese di posizione di lui circa gli scopi, i mezzi, gli effetti della predicazione. E aggiungerò che l’Arcudi stesso si rifà a S. Agostino, espressamente citato (p. 76):”… in verbis verum amare, non verba …”. Pure il tema delle cose e non parole è talmente connaturato alla poetica dell’Arcudi, da diventare ossessivo: “Non le cose per i vocaboli, ma gli vocabuli per le cose diede agli uomini la Natura” (p. 62); “non mi fermai a scrutinar le parole, ma a penetrar i concetti ed imparar dottrine” (p. 64); il popolo “deve imparare dottrine e non vocabuli, deve coltivare i costumi, non le parole” (Epistola, p. 119); oggi chi professa eloquenza “par che non pretende insegnar cose, ma parole” (p. 124); e via di questo passo.

In realtà, la spinta è tale da travalicare i confini segnati dalla ottica dell’edificazione religiosa mediante la predica. Pensate a una qualsiasi pagina del conterraneo Giovanni Azzolini, le cui Orazioni sacre sono poi del ’63, e neanche tanto lontane dunque. Ma l’Arcudi irride l’Accademico che biasimava un oratore “perché aveva proferito prattica e non pratica; devozione e non divozione; facenda e non faccenda; e che in tutta la sua diceria non mai proferito quella gonfia e squillante parola, composta di più parole, conciosiacosaché” (Le Due Galatine, p. 60; ricordate la reazione dell’Alfieri?). E rimpiange il tempo perso in simili quisquilie da parte di folte assise di Savi (“A tal gente voi donate il nome di Savio!”), convinto che l’origine di sì misteriosi e ridicoli problemi spesso sia del tutto casuale (refusi tipografici, errori, e simili); il che di quei problemi contesta persino l’esistenza e la legittimità, vuoti d’ogni necessità logica. E gli viene naturale di scherzarci sù in modo divertente, fino a proporre al lettore una “curiosa e ridicola lettera”, scritta “ad un amico affettatuccio”, tutta giuocata sull’ambiguità e sull’ambivalenza fonetico-semantica:

Avisai (o avvisai) V. S. in quante (o in chente) facende (o faccende) trovasi (o truovasi) la Città (o Cittade, o Cittate) per l’opra comica della Femmina sepelita viva (o per l’opera commica della Femmina seppellita viva), la qual si deve (o che si dee) rappresentare nel pubblico Palazzo del Prencipe (o rapresentare nel publico Palagio del Principe, o Prence). Poco fa, non è molto (o testé non è guari), che fu spedita dal sagro Antiste (o spedita dal sacro Antistite, idest dal Vescovo), la benigna licenza (o benegna licenzia), accioché ivi sonasse la cedra (o acciocché ivi suonasse la cetera, o citara, o cetra) Tomaso Angelo mio nipote (o Tommaso Angiolo mio nipote), conciofossecosaché egli è clerico (o perché lui è chierico, o cherico) ed istrutto nella fede Catolica (o instruito nella fe’ Cattolica) … (p. 64-65);

e via così giocolando piuttosto a lungo. E allora? Allora par del tutto evidente che la presa di posizione linguistica dell’Arcudi non obbedisce alla spinta della strumentazione della lingua (lessico, morfologia, sintassi) ai fini del De propaganda fide, bensì costituisce carattere chiaramente individuale di valore e significato storico, che s’appalesa nuovo e singolare. Insomma l’Arcudi si batte a favore di una lingua da lui chiamata ora “popolare”, ora “naturale favella”, ora appaiata al dialetto, ma comunque sempre viva e spontanea e sorgiva, e priva d’ogni affettazione:

A me piace di seguir quell’idioma e quel dialetto che mi piacque fin da principio, nel quale mi avvezzai fin dalla tenera età, ed è al mio orecchio più consonante; né voglio soggettarmi di nuovo, massime in questa età cadente, sotto la ferola pedantesca di qualche Olibrio (p. 63).

Questo non significa che l’Arcudi approvi “una locuzione barbara e rozza, inculta ed incivile [ … ]. Mi nausea – egli specifica – non meno la barbarie che l’affettazione” (Epistola, p. 130). Qui insomma non si tratta tanto di contestare Crusca e Firenze, o di un inserimento cosciente nel quadro generale d’un antilinguismo di comodo o di maniera; a me pare invece che esploda la consapevolezza dell’inutilità buffa e anzi del danno grave che reca ogni pedanteria strettamente formalistica (nel caso specifico, grafico-fonetica; “l’età più matura consumasi in queste ciance”, p. 124); nel senso che l’insistita pedanteria si risolve in assoluta perdita di tempo, in dissipazione vana ed insulsa ai fini di quanto veramente importa: l’oggettiva verità della cosa, la chiara e comprensibile formulazione del concetto, dell’idea, d’ogni aspetto della dottrina. Così il periferico a me pare che anticipi princìpi culturali e linguistici che, negli specifici campi (della edificazione religiosa, della cultura laica), diverranno presto generali vessilli di rinnovamento. E li anticipa nel 1715, a Galatina.

A questo punto della vita di Alessandro Tomaso Arcudi si verifica una violenta e dolorosa lacerazione, che è rimasta un po’ misteriosa. Nel 1715 egli stampa il suo S. Atanasio Magno ed Ammirabile; Idea d’un sacro Eroe perseguitato da tutto il mondo ecc.; a Lecce, presso il Chiriatti. L’opera, già preannunciata, come sappiamo fin dal 1697 col titolo di Tutti contro uno, è di carattere acremente autobiografico; il vero S. Atanasio perseguitato da tutto il mondo è lui, l’autore, che in quel Grande interamente s’identifica. E ben lo si ricava da una “Nota” introduttiva “Al benigno lettore”, nella quale l’Arcudi denuncia e lamenta d’essere stato censurato ostilmente e ingiustamente da un poco di buono; il quale, richiesto delle ragioni del suo gretto giudizio non sapeva rispondere altro che Il questo essere il suo parere”, rivelando “un spirito così capriccioso che negarebbe eziandio al sole il calore, il moto e la luce”. L’Arcudi si ribella all’ipse dixit (usa proprio, si noti bene, questa frase), anche se prende in esame, e confuta poi, l’accusa più grave: quella dello scandalo conseguente alle affermazioni contenute nella introduzione sulle dissensioni e sull’ipocrita vita dei religiosi in genere. In realtà, nell’introduzione, che è dedicata “Alla bell’anima del P. F. Domenico Rianà”, egli piange la morte di un sì caro (e certamente potente) amico, anche perché gli ha tolto ogni pace e tranquillità: “Oh quanti mastini rabbiosi cominciorno a latrare con fauci immonde, e m’investirono con denti affilati, quando la Parca inesorabile sciolse dal corpo la tua bell’anima!” (p. 1): e aggiunge: “Mi ho specchiato singolarmente nella vita del Grande, del Massimo, dell’Immortale, che tanto significa il nome di Atanasio: idea di tutti i perseguitati del mondo…” ( p. 2). A proposito di toni graffianti, e d’autobiografismo.

Nella seconda parte del volume è posta l’Antiperistasi, cioè l’apologia dell’opera atanasiana; e in essa, dopo considerazioni di carattere generale, si ripetono, una dopo l’altra, le censure rivolte al libro, e vengono, una dopo l’altra, confutate con violenza polemica e talvolta diffamatoria. E’ ben da notare, per stabilire i tempi della faccenda, che il secondo frontespizio, quello dell’Antiperistasi, reca la data del 1714, di contro al primo frontespizio, quello del S. Atanasio, che reca invece la data del 1715 (ma la numerazione delle pagine, lungo tutto il volume, è progressiva e non si interrompe mai, con impaginatura sempre normale). Sicché i tempi sembrano essere i seguenti: 1) manoscritto (composizione) dei S. Atanasio; 2) controllo del censore; 3) stesura dell’Antiperistasi e risposta furiosamente polemica dell’Arcudi (il quale correda il S. Atanasio delle note introduttive che bollano il censore); 4) stampa e pubblicazione delle sue opere, con la composizione tipografica prima dell’ Antiperistasi e poi del S. Atanasio, in un volume che, nella sua definitiva rilegatura, reca, con successione logica, prima le note introduttive, poi il S. Atanasio, e infine l’Antiperistasi. Diciamo, tutto sommato, che per un frate, e sia pure dell’Ordine dei Domenicani (Domini canes) la violenta replica poteva essere la classica goccia che fa traboccare il vaso della sopportazione. E il contestatore fu confinato nella piccolissima, lontana (nel basso Salento) e molto isolata casa di Andrano. Una conferma la si cava dalla successiva opera a stampa dell’Arcudi, da quell’Orbis rectus, che uscì postumo, per le cure del fratello P. Antonio Arcudi, presso Oronzo Chiriatti, a Lecce, nel 1719. Ivi, fra le molte lamentazioni per la propria sorte, si leggono (a p. 252) le seguenti parole:

Quibus ergo Jeremiae threnis deplorem quinquaginta amplius annorum exercitationes uno momento amisisse? Quae parentalia ad tam tristia piacula expianda sufficerent? [ … ] Mihi dolorem tantae iniuriae non ferenti, sed tanquam ursae raptis catulis (Ose. 13.8) occurrenti, hoc opus fons et origo totius infortunii fuit …

Il senso par abbastanza chiaro. Lo scontro, ad un certo momento, dovette diventare personale (col censore? col Superiore?); e il focoso Padre Arcudi dovette reagire trapassando i limiti imposti non solo dal suo stato fratesco, ma dal rapporto gerarchico e forse anche dalla buona educazione (” … tamquam ursae raptis catulis occurenti… “; alla buonora!). L’origine di tutto resta però hoc opus: il S. Atanasio, sacro eroe perseguitato da tutto il mondo nel mezzo dell’ariana perfidia. Lui stesso, l’Arcudi, nel mezzo, ahimè, della perfidia domenicana.

E concludiamo ormai illustrando appunto l’Orbis rectus, che è una sorta di epilogo, una specie di finale esame di coscienza della vita dell’autore. Potrebbe essere considerato come un trattatello sulla Divina Provvidenza, su basi e ispirazione agostiniane. Negli otto libri dei quali consta l’opera, i primi sette tendono infatti a dimostrare (ma si va sempre per via di exempla e di auctoritates) come la Provvidenza governa comunque il mondo; e ogni forza più o meno mitica le è soggetta: la Natura, la Sorte, il Caso, la Fortuna, il Fato, il Voluntarium (che non è propriamente la “volontà”, altrimenti addio libertà; ma piuttosto la capacità di opzione). Infine, invece, in una peroratio, l’Arcudi si libera a parlare di sé in modo aperto e commosso: “obliquum orbem a Providentia Divina rectum (onde il titolo di Orbis rectus, appunto) demisse consideravi et pro viribus ad solamen solicite descripsi” (p. 238). Ecco: egli ormai scrive per conforto e per sollievo (“ad solamen haec caepi scribere non aliis, sed mihi”, p. 11; “ad solamen descripsi”, p. 238), guardando in retrospettiva l’intera sua vita. Direi che queste pagine della peroratio sono fra le più belle e commosse del nostro Padre Arcudi. Il quale completò l’opera il giorno “sexto Nonas Julii, in die Visitationis B. Mariae Virginis, 1717” (il 2 luglio), com’egli scrisse di suo pugno alla fine di essa. Morii l’anno successivo, ad Andrano. Ed è un vero peccato che di un personaggio così estroso e significativo, per tanta parte anche geniale e prematuro, non appaia cenno alcuno nel pur generoso e mastodontico Dizionario Biografico degli Italiani (dell’Enciclopedia Italiana). I tristi silenzi della periferia. (Mario Marti – Articolo tratto da “Apulia”  Giugno 1992)

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