Aristotele e i social network

Lug
2013
15

Categoria: Cultura e società

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«Che senso ha studiare filosofia se serve solo a metterci in grado di parlare con qualche plausibilità di astruse questioni di logica, ecc., ma non migliora il nostro modo di ragionare sulle questioni importanti della vita quotidiana, se non ci rende più coscienziosi di un qualunque… giornalista nell’uso delle pericolose frasi fatte che costoro adoperano per i loro fini personali».

Ludwig Wittgenstein, lettera a Norman Malcolm, 16 novembre 1944 (in Lettere 1911-1951, pp. 321-322, Adelphi 2012)

Quale teoria etica è più adatta ad affrontare le questioni morali che ci pongono i social network? Non sembrano molti i filosofi contemporanei disposti a tentare una risposta. Da tempo sociologia e psicologia studiano le correlazioni tra attività online e questioni tipiche di queste discipline come capitale sociale, impegno civico, autostima, realizzazione personale. La filosofia morale invece fatica a star dietro alle innovazioni, soprattutto in campo tecnologico. Un problema che dovrebbe riguardare soprattutto il fiorente ambito dell’etica applicata. «Ma forse chi si occupa di morale trova banale Facebook e gli altri social network, piccoli temi in confronto a aborto, eutanasia, genetica», osserva Shannon Vallor, della Stanford Encyclopedia of Philosophy. Eppure gli studiosi di etica farebbero bene a cambiare atteggiamento. «La pervasività delle nuove tecnologie modifica il nostro modo di interagire e influenza le nostre scelte morali molto più profondamente dei grandi dilemmi etici», ricorda Vallor.

Come analizzare quindi i cambiamenti imposti dal web? Nei suoi ultimi articoli («Flourishing on facebook: virtue friendship & new social media», 2012 «Social Networking Technology and the Virtues», 2010) e nel libro che ha in preparazione (21st Century Virtue: An Ethical Framework for Living Well with Emerging Technologies) la filosofa argomenta una tesi forte: «L’etica aristotelica delle virtù fornisce l’impalcatura ideale per interpretare le questioni morali legate ai social network».

La scelta cade su Aristotele per due buone ragioni. Una metodologica: «La sua etica delle virtù enfatizza la natura contestuale dei dilemmi morali», afferma Vallor. Nell’Etica Nicomachea infatti  Aristotele sostiene che, a differenza della conoscenza scientifica che si occupa di verità «che non possono essere diversamente da quel che sono», l’etica «riguarda le azioni e ciò che è utile nella vita non ha nulla di stabile». Chi agisce deve sempre esaminare «l’opportunità delle circostanze, come si fa anche nella medicina e nella navigazione». Secondo Vallor nessun dominio dell’azione umana ha bisogno di quest’approccio prudente, e di questa sensibilità al contesto, più della sfera di scelte riguardanti le nuove tecnologie. «La novità, la complessità, la mutevolezza dei dilemmi morali che affrontiamo in rete sono l’esemplare illustrazione della necessità di un sapere particolare e dell’insufficienza di principi morali universali o di calcoli dettati dall’utilità». Dato un contesto fluido e dinamico come il web, un aristotelico non potrebbe mai giustificare le tesi per cui la comunicazione mediata dalla rete sia cattiva (o buona), oppure l’idea che abbia un intrinseco valore morale inferiore (o superiore) a quello della comunicazione faccia a faccia. «Un’etica delle virtù non proporrà mai generalizzazioni sulla tecnologia come quelle degli eredi di Heidegger», scrive Vallor.

L’altra buona ragione sta nel merito delle tesi aristoteliche. La premessa fondamentale della Politica: «l’uomo è per natura un animale sociale» è da tenere a mente quando si affronta il problema della conoscenza di sé, per esempio. «Non è una questione di introspezione. Riguarda piuttosto la comprensione di qual è il proprio posto nel mondo, quale ruolo e quali capacità posseggo per potermi realizzare con pienezza. È un processo sociale», scrive Vallor. Posso davvero conoscere me stesso solo attraverso la mediazione di un altro: un amico, in senso aristotelico. Perché l’amicizia «è una virtù», «cosa necessarissima per la vita», «nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni», leggiamo nel libro ottavo dell’Etica Nicomachea.

Ora, l’aggiungere amici su Facebook quanto è distante dalla philia aristotelica? Per rispondere Vallor analizza una virtù indissolubilmente legata all’amicizia: la reciprocità. «Come si potrebbe dirli amici se non palesano i loro sentimenti reciproci? Bisogna dunque volersi bene reciprocamente e volersi bene senza nasconderlo», scrive Aristotele. L’Etica Nicomachea classifica tre tipo di scambio reciproco: di piacere, di utilità, di virtù. Li ritroviamo nei social network? Per i primi due casi sembra facile rispondere. Potremmo dire che Facebook, Instagram, Pinterest si basano sullo scambio di piacere; Linkedin e Twitter su quello di utilità. La virtù invece è oggetto di un tipo di reciprocità più raro già per lo stesso Aristotele. E online la situazione sembra non essere differente. «Capita di imbattersi in sinceri tentativi di usare i social media per rompere la dura scorza di apatia e fatalismo che di solito inibisce le risposte collettive. Ma possiamo legittimamente dubitare che i social network creino ex novo questo tipo alto di amicizia», osserva Vallor.

C’è però una cosa che di sicuro possono fare: «Aiutare a tutelare quelle amicizie che già esistono già e potrebbero essere indebolite dalla distanza». Fatto da non sottovalutare, soprattutto perché la philia si regge su un ideale di «vita condivisa». Per la studiosa il compito del filosofo morale dovrebbe essere capire quanto questo ideale ha a che vedere con le nostre comuni pratiche di sharing. E lo stesso vale per virtù come pazienza, onestà, empatia. Online abbiamo gli strumenti per rafforzarle o per indebolirle? Se si adotta un approccio aristotelico, la pratica abituale delle virtù è necessaria per il raggiungimento dell’eudaimonia. Ovvero la piena realizzazione dell’essere umano. I social network sono un contesto adatto al raggiungimento di questo obiettivo?

Per rispondere non serve affidarsi alle abituali metriche del web: «La nozione aristotelica di eudaimonia è incompatibile con le misurazioni in rete della soddisfazione o della stima di sé. Le metriche del web misurano percezioni, sentimenti, credenze. Non reali cambiamenti di disposizione», afferma la filosofa. Rimane una difficoltà di fondo: «Molte tecnologie sono progettate con lo scopo di rendere le attività umane meno faticose – continua Vallor –  ma secondo Aristotele le virtù risultano dall’azione e dall’esercizio e, almeno all’inizio, sono qualcosa di difficile. Diventano più facili quando le azioni sono abituali e i vantaggi si raggiungono solo dopo lo sforzo iniziale. Rimane da capire se i social media ci aiutano a fare questi sforzi o ci forniscono solo scorciatoie». La ricerca di una risposta è solo all’inizio. (Antonio Sgobba – www.doppiozero.com)

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