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Categoria: Storie galatinesi

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Titolo 1

Le bande comunali erano delle icone cittadine e rappresentavano un grande ed inestimabile patrimonio culturale. Un tempo aleggiava attorno a loro un fascino particolare, tanto da suscitare un vero e proprio tifo, un entusiasmo ed anche un forte campanilismo, un po’ come avviene oggi per le squadre di calcio. Generalmente le bande si formavano nelle categorie degli artigiani: barbieri, falegnami, scalpellini, calzolai, muratori, ecc.

Per imparare lo strumento musicale, non si frequentavano delle scuole di musica. Studiare presso un conservatorio era appannaggio esclusivo delle classi benestanti. I meno abbienti imparavano a suonare da autodidatti, sospinti dal coraggio e dalla passione per la musica. Alcuni ragazzi, addirittura, lo facevano di nascosto dal padre, perché l’unico imperativo al quale erano chiamati, considerate le precarie condizioni economiche, era quello di “pensare solo a portare pane a casa”. Quelli erano anni molto difficili per la stragrande maggioranza delle famiglie.

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Era il primo giorno di scuola per quei ragazzini, classe 1965, che per la prima volta sedevano sui banchi della nuova scuola, una scuola totalmente diversa dalle Elementari, dove un solo maestro era chiamato ad insegnare le varie discipline. Gli studenti, seduti compostamente, aspettavano con impazienza, ma anche con palpabile paura, che entrasse in aula non più “il maestro”, ma “un professore”. Ma chi? Poco prima, attraversando il lungo corridoio in fondo al quale c’era la 1ªC, alcuni ragazzi avevano chiesto ad Oronzino, il bidello, chi fosse l’insegnante della prima ora.

La professoressa di lettere!” – rispose seccamente quello, senza troppo pensare e ancora un po’ alticcio per la bicchierata della sera precedente in osteria.

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mappa

Sosteneva il compianto Donato Moro, riconosciuto esperto di fonti salentine, che qualora emergesse conflitto tra un documento comprovato ed una tradizione «non possono permanere incertezze di sorta: deve essere messa da parte la tradizione, anche se solenne per il suo protrarsi nel tempo»[i]. È proprio questo il caso della scomparsa chiesa di S. Maria del Tempio di Galatina che una antica “tradizione” storica, risalente a Michele Montinari nella sua Storia di Galatina[ii], la vuole collocata in piazza Vecchia e che ora, al rinvenimento in quell’area di un edifico sacro [?] diruto, una sparuta schiera di novelli proseliti ed accoliti di quella “tradizione” non solo ritiene di aver individuato l’esatta ubicazione di quella chiesa, ma favoleggia addirittura una misteriosa presenza templare. La storia – era solito affermare lo studioso salentino Nicola Vacca – non si scrive né con i se né con i ma, la storia è storia di fatti, di cose accadute e qui i fatti e le cose sono, ahimé molto differenti.

Italia-Polonia 3-0!

Feb
2013
07

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stadio specchia galatina

di Mauro de Sica

È trascorso ormai tanto tempo da quella storica partita di calcio disputata a Galatina sul campo di Piazza Fortunato Cesari, al centro del paese. Allora non esisteva lo “Stadio dei Diecimila” di Via Soleto, per cui le partite di pallone si giocavano sul grande spiazzo antistante all’edificio scolastico. Le dimensioni del terreno di gioco non erano molto grandi ma neanche tanto piccole: diciamo che quella piazza era una via di mezzo tra un campetto di periferia e un vero stadio. Ai galatinesi stava bene così, poiché, trovandosi a stretto contatto con i calciatori, ne sentivano gli sbuffi, le imprecazioni, le bestemmie, le parolacce, i lamenti per i falli subiti, le contestazioni e quant’altro. Le linee di fondo campo e quelle laterali si trovavano a non più di un metro dai tifosi, per cui il tifo era da anfiteatro romano e si faceva maggiormente sentire quando i biancostellati dovevano recuperare qualche gol. E allora il campo si trasformava in una vera e propria bolgia dantesca, ribollente e rumorosa, da incutere paura finanche alle pietre, figuriamoci ai giocatori avversari e all’arbitro, nei confronti dei quali erano lanciate invettive e minacce… da codice penale.