Come ti smaschero Pinocchio sul web

Gen
2013
28

Categoria: Web e nuove tecnologie

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ilva taranto

Qualcuno spieghi a Clini che il quartiere Tamburi di Taranto non è sorto intorno alle ciminiere dell’Ilva. E’ vero proprio il contrario». Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione ambientalista Peacelink, non è stato il solo a smentire, su Facebook, la recente affermazione di Corrado Clini, ministro dell’Ambiente. Sono tanti i commenti simili sotto il video di YouTube che riprende la dichiarazione di Clini. Su Facebook qualcuno ha poi pubblicato fotografie degli anni ’50 dove appare il quartiere senza l’inquietante presenza dei giganteschi altiforni. Ecco: spontaneo e dal basso, un esempio di fact checking. Un fenomeno che, nato negli Usa, ha appena cominciato a mettere radici anche nel nostro Paese. Per fact checking s’intende la pratica di verificare, sul Web, fatti riportati da autorità di vario tipo: politici, giornalisti, media. Negli Usa è arrivato ai massimi livelli storici durante le elezioni presidenziali: decine di “fact checkers” hanno passato al microscopio le affermazioni dei candidati. In Italia si comincia ora. Ad aprile la fondazione Ahref ha lanciato la prima piattaforma strutturata di social fact checking e ora progetta una campagna mirata per le elezioni di primavera.

Negli Usa è già pratica comune. Lo fa, con strumenti professionali, Politifact.com. premio Pulitzer nel 2009, è un progetto del principale giornale della Florida, “Tampa Bay Times”. «Siamo una redazione con 36 collaboratori, 50 mila lettori al mese», spiega a “l’Espresso” Bill Adair, il direttore. Il sito verifica una quarantina di dichiarazioni politiche ogni settimana, da cui ad esempio sono risultate false ben il 40 per cento di quelle del repubblicano Mitt Romney. Contro “solo” il 25 per cento di Barack Obama. E forse questo dato non è estraneo alla vittoria bis del presidente. «Perché ho lanciato Politifact? Per senso di colpa», dice Adair. «Per anni come reporter della Casa Bianca mi sono limitato a citare i politici. A distanza di tempo ho scoperto che erano false molte delle loro dichiarazioni».

Negli Usa il fact checking nasce quindi in chiave politica e con lo scopo di rifondare il giornalismo. E’ così che «si sta diffondendo nel mondo. Vedo moltiplicarsi servizi simili. Ce ne sono in Svezia, Norvegia, Francia e persino in Egitto, da quest’estate, dove Morsimeter.com verifica le promesse elettorali del nuovo presidente Mohammed Morsi», continua Adair. In Francia molti blog politici hanno fatto le pulci ai candidati delle ultime elezioni, in primavera.

Questo spirito in Italia deve ancora affermarsi, ma da noi il fact checking sta prendendo una strada più di frontiera: quello di Ahref si basa su social media, e quindi sui normali utenti, invece che su professionisti dell’informazione. Nel mondo un esempio simile è Wikifactcheck.org. «Chiunque si può iscrivere alla nostra piattaforma, accettandone i principi. Gli utenti riportano notizie e le verificano, sfruttando le proprie competenze professionali o altre fonti», spiega Michele Kettmaier, il direttore della fondazione. Per esempio, la community confuta la dichiarazione del presidente del Consiglio Mario Monti secondo cui «alcune disposizioni dello Statuto dei lavoratori hanno determinato un’insufficiente creazione di posti di lavoro», citando uno studio del sociologo Luciano Gallino (“Il lavoro non è una merce”).

Se il fact checking professionale tipo Politifact si basa su dati incontrovertibili per svelare una menzogna, quello di Ahref molto spesso è invece una somma delle diverse opinioni degli utenti (e solo a volte sono documentate). Il risultato è una percentuale, che indica quanto una notizia potrebbe essere vera e che tiene conto anche della reputazione on line di ciascun utente. «Siamo agli inizi, stiamo sperimentando. Abbiamo 25 mila visite al mese, 2 mila fact checkers e in aprile faremo un importante passo: controlleremo le dichiarazioni dei singoli politici. Faremo una classifica dei mentitori e di chi non mantiene le promesse elettorali», dice Kettmaier. (Alessandro Longo – espresso.repubblica.it)

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