Hobsbawm, l’ultima intervista

Ott
2012
10

Categoria: Interviste e opinioni

Nessun commento

La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. E’ nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel “Manifesto comunista” – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.

E se per questa intervista con “l’Espresso”, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore.

“Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.

La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.

Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. E’ chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. E’ un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.

Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L'”Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”. (espresso.repubblica.it)

Lascia un Commento