Il futuro è coltivare la città

Nov
2012
14

Categoria: Scienza e ricerche

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L’interrogativo è tanto semplice quanto decisivo: come lavoreremo e vivremo domani? Cercare di rispondere in modo chiaro, costruire uno scenario concreto, verificabile e “spendibile” di qui a pochi anni, dare un senso alla parola ‘sviluppo’, è complicato. Eppure, è questo l’obiettivo ambizioso di ‘Futuro Prossimo‘, un ciclo d’incontri – organizzato nell’ambito del Festival della Scienza. Di progetti nuovi. In alcuni casi di idee concrete che stanno nascendo nel nostro Paese. Come quella dell’agrivillaggio, una sorta di incrocio fra un’azienda agricola e un quartiere eco-sostenibile a impatto (quasi) zero, un progetto-pilota che potrebbe sorgere alle porte di Parma. Un’idea che quindici anni fa ha cominciato a prendere forma nella testa e nel cuore di Giovanni Leoni, imprenditore agricolo di Vicofertile, zona della città emiliana che dista tre chilometri dal centro abitato. Un contadino cosmopolita, con la passione per i viaggi e per la saggistica: la base teorica del suo progetto sono le teorie urbanistiche di Frank Lloyd Wright (l’utopia del contadino integrato alla città de ‘La città vivente’), assorbite come un’illuminazione durante un viaggio a Chicago, e la visione economica e sociale di gente come Jeremy Rifkin (la ‘fine del lavoro’: la tecnologia ci permette di ottimizzare i tempi, di lavorare meno e meglio) e Maurizio Pallante.

L’agrivillaggio, all’inizio, sapeva di utopia comunitarista. Ma oggi, dopo una decina d’anni di elaborazione, è un progetto definitivo. Per il quale si aspetta solo il nulla osta dell’amministrazione comunale. «L’agrivillaggio non è solo un progetto culturale, ma prima di tutto produttivo ed economico, che si distingue dagli altri progetti di eco-villaggio» spiega Leoni. «Abbatteremo i costi alimentari del 35 per cento e quelli energetici di circa il 50. I 260 ettari della mia azienda agricola saranno riordinati funzionalmente al sostentamento alimentare, energetico e sociale degli abitanti delle sessanta unità immobiliari unifamiliari che vi verranno costruite».

Si spieghi meglio, signor Leoni: qual è la peculiarità del suo progetto?
«A differenza di altri progetti di “eco-villaggi”, che si basano, ad esempio, su una certa idea di socialità (tipo le comuni) o principalmente sull’uso delle energie rinnovabili, il centro dell’agrivillaggio sarà la produzione agricola di alta qualità, che sfrutterà le tecnologie più avanzate e manodopera specializzata. Per mettere in piedi un sistema nuovo, sostenibile e super-efficiente».

Cioè?
«L’obiettivo è capovolgere la logica attuale, per la quale si produce per un mercato enorme e ‘anonimo’, impersonale. Un sistema inefficiente, fonte di enormi sprechi: basti pensare che nella filiera dal campo al consumo il 30 per cento dei prodotti si butta via. Noi puntiamo a un’agricoltura che diventa on demand, che deve soddisfare in primis le necessità alimentari degli insediati, delle singole persone. E solo le eventuali eccedenze andranno sul mercato esterno».

E come deciderete verso quali coltivazioni indirizzarvi? Il vostro riferimento è il biologico?
«E’ tutto pianificato: siamo partiti da uno studio effettuato da Nicoletta Pellegrini, docente della facoltà di Agraria a Parma, che ha scritto una dieta ideale per gli abitanti del villaggio; sulla base di questa produrremo circa 80 colture diverse, e riusciremo a coprire internamente quasi l’80 per cento del fabbisogno alimentare del villaggio. Tenderemo all’agricoltura biologica, ma senza integralismi: ridurremo l’uso di sostanze chimiche, ma non le eliminiamo a priori. Se c’è una coltura malata e serve un pesticida, la comunità verrà informata e si deciderà insieme se usarlo».

Ma, in concreto, chi lavorerà nei campi?
«Visto che l’obiettivo è l’alta qualità, sarà impiegata solo manodopera altamente specializzata: ragazzi che hanno almeno una laurea triennale del settore, che parlano le lingue, e che sono capaci di spiegare quello che fanno e perchè, di fare ‘didattica’». (espresso.repubblica.it)

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