Il Risorgimento Italiano. La sottomissione e l’umiliazione dei meridionali

Ott
2013
23

Categoria: Storia d'Italia

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strage di pontelandolfo

Dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli, l’annessione del Meridione al Regno di Sardegna fu legittimata istituendo un plebiscito-farsa per ottenere dagli stati europei il loro beneplacito, ammantando ogni cosa con una veste di legalità. Il 21 ottobre 1860, il popolo duo-siciliano fu chiamato ad esprimere il proprio parere sull’annessione al Regno di Sardegna. Come era nelle previsioni, gli elettori si dichiararono favorevoli a larghissima maggioranza, legalizzando in tal modo il passaggio della sovranità dai Borbone ai Savoia. Ad onor del vero, al plebiscito partecipò solo il 19% della popolazione attiva, rappresentato esclusivamente dalle classi sociali agiate, soprattutto borghesi, buona parte delle quali era di stampo liberale. Nonostante ciò gli elettori furono costretti ad esprimere il voto palesemente, deponendo la scheda in una delle due urne, contrassegnate dal “sì” e dal “no”. Solo poche migliaia di persone, fedeli alla loro terra e al sovrano deposto, ebbero il coraggio di dissentire, ma furono irrise, minacciate e, in alcuni casi, picchiate e uccise. C’è da aggiungere che furono in molti, garibaldini compresi, a votare più volte, specialmente nelle grandi città. La stragrande maggioranza della popolazione, però, quella che aveva un reddito molto basso, quella abituata a curvare la schiena per dodici ore al giorno nei campi, nelle industrie, nei cantieri, nei porti, quella popolazione, che aveva a cuore re Francesco, venne inopinatamente esclusa dal voto.

Il plebiscito, insomma, fu un volgare e meschino imbroglio, degno solo della peggiore “mafia”, quella dei “colletti bianchi”, della quale i piemontesi dell’epoca furono i precursori, lasciando un solco ben profondo dentro cui i futuri governi si mossero non sempre nell’interesse del popolo e delle parti sociali più bisognevoli.

Con l’unificazione dell’Italia, i governati di Torino pianificarono scientificamente il declassamento della società civile del Sud.

La destabilizzazione di uno stato moderno

Impossessatisi proditoriamente del potere, i piemontesi cambiarono di colpo i connotati all’ordinamento giuridico, fiscale, economico, istituzionale, sociale e, soprattutto, di vita del Meridione. Furono immediatamente rimossi i magistrati di ogni livello giudiziario, tranne quelli di comprovata fede piemontese, i questori, gli intendenti e i sovraintendenti, i prefetti, i comandanti di importanti presidi militari, i direttori dei maggiori uffici statali, sostituendoli con funzionari piemontesi e lombardi. I sindaci furono catechizzati ad adoperarsi pro bono pacis e a sedare in ogni modo e con ogni mezzo le varie contestazioni locali, pena l’esclusione da eventuali sussidi nazionali.

Il sistema fiscale borbonico esonerava dal pagamento dell’imposta sul reddito le classi sociali meno abbienti, mentre prevedeva per quelle più agiate il pagamento di un unico tributo per singolo fuoco (nucleo familiare). Tale sistema fu sostituito da un focatico che colpiva tutte fasce reddituali, anche quelle più basse, che erano tassate in base al numero dei componenti di ogni fuoco e in proporzione al reddito prodotto.

Furono istituite le famose ed inique tasse sul macinato e sul sale, che non tutti i cittadini riuscivano a sopportare. Furono creati ex novo balzelli, gabelle, dazi e piccole imposte che tartassavano in continuazione la vita quotidiana ad ogni livello.

L’aspetto, però, che, più d’ogni altro, determinò una protesta di grande e grave portata fu l’istituzione della leva militare obbligatoria di otto anni. Vale la pena ricordare che con i Borbone il servizio militare non era obbligatorio, bensì volontario. Solo di tanto in tanto, come in occasione di una guerra, per sopperire alla circostanza, venivano arruolati giovani tra i diciotto e i ventotto anni, ricorrendo ad un’estrazione tra gli aventi dovere. Comunque il sorteggiato, magari di famiglia benestante, aveva sempre la possibilità di scambiare la noiosa incombenza con qualche altro giovane del luogo, ben disposto a sostituirlo dietro compenso di pochi ducati d’oro.

Pertanto, l’inaspettata e inopportuna imposizione comportò un improvviso calo della manodopera nelle campagne, nelle officine e nelle industrie, che, per buona parte, furono costrette a ridimensionare sensibilmente la produzione. Ciò determinò, nel giro di poco tempo, un calo consistente della florida economia agraria ed industriale del Mezzogiorno.

Pian piano andò aumentando tra i giovani la contestazione e il rifiuto di prestare l’iniquo servizio di leva. Molti di loro subirono gravi processi penali e l’incarcerazione nelle fredde prigioni del Nord, soprattutto in quelle di San Maurizio Canavese (San Morissi, come lo chiamavano i piemontesi) e di Fenestrelle, nell’alto Piemonte, nelle quali, in precedenza, erano finiti i soldati borbonici che si erano rifiutati di passare nei ranghi dell’esercito italiano. L’unica possibilità per i renitenti era rappresentata dalla latitanza nei boschi, dove in tanti impugnarono lo schioppo e diventarono “briganti”, non per derubare ma per difendere la loro terra dallo straniero, come più tardi fecero i “partigiani” contro i tedeschi a tutela del suolo patrio.

Il fenomeno del brigantaggio

Già mezz’anno dopo l’Unità d’Italia, in diverse zone del Meridione, iniziarono a costituirsi bande armate di giovani renitenti, contadini e manovali senza lavoro con l’unico intento di riportare sul trono re Francesco di Borbone. Le prime schermaglie videro quasi sempre prevalere le bande brigantesche, che attaccavano i drappelli di carabinieri in perlustrazione, tendendo loro degli agguati, per poi ritirarsi repentinamente nei boschi. I militari italiani subirono pesanti perdite, tanto che il governo centrale fu costretto ad adottare nuove strategie, rafforzando i servizi di pattugliamento e richiamando nel Meridione un esercito di centomila soldati. Fu inoltre approvato in Parlamento il disegno di legge del deputato abruzzese Giuseppe Pica, che prevedeva condanne capitali nei confronti dei renitenti alla leva, di coloro che fornivano armi, viveri ed ogni sorta di aiuto ai briganti. La lotta si inasprì a tal punto da culminare con la distruzione di interi paesi, dei quali ricordiamo Casalduni e Pontelandolfo. L’ordine impartito dal famigerato gen. Enrico Cialdini ai suoi soldati fu quello di “non lasciare pietra su pietra”. Furono compiuti atti di estrema e inaudita violenza: i maschi fucilati e spogliati, i bambini e i vecchi sgozzati, alcune donne, quelle belle tanto per intenderci, violentate a più riprese e, a spregio, infilzate con la baionetta nella vagina. Furono fatti saccheggi di ogni sorta, violate le chiese ed ammazzati i parroci, bruciate tutte le case, anche di coloro che erano di comprovata fede liberale. Si vantò dell’impresa il crudele generale, esaltando le gesta dei suoi soldati e definendo i meridionali con una frase che rappresenta il razzismo più becero ed umiliante che nessuna pacificazione futura potrà mai cancellare.

Questa è Affrica (sic), altro che Italia!… I beduini, a riscontro con questi cafoni, sono latte e miele!”.

L’aggressione al sistema monetario

Abbiamo avuto modo di ricordare in altre sedi che la grande ricchezza monetaria borbonica, secondo quanto dimostrato in Parlamento dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Saverio Nitti, ammontava a 443,2 milioni di lire-oro (si badi che ogni lire-oro pesava ben 4,5 grammi di oro e che oggi il suo valore equivarrebbe a non meno di 170 €). Se si prova a moltiplicare i milioni di lire-oro per il valore della singola lira si ottiene il considerevole importo di oltre 75 miliardi di euro. Chi scrive è dell’avviso, però, che non si trattava di lire-oro, ma di ducati d’oro, ognuno dei quali pesava 19,109 grammi e valeva intorno a 700 euro. Se ora proviamo a rimoltiplicare per questo nuovo valore, ci troviamo di fronte all’iperbolico importo di oltre 300 miliardi di euro! Anche dagli altri stati annessi al Regno di Sardegna furono prelevate enormi ricchezze di denaro. Così, il Granducato di Toscana contribuì alla causa del nuovo stato unitario con 85,2 milioni, la Lombardia e il Veneto con quasi 21, gli staterelli emiliani con 1,8 e, successivamente, lo Stato Pontificio con 90,6.

Il consistente fiume di denaro servì a migliorare alcune infrastrutture e a costruire grandi opere pubbliche nel Settentrione (in particolar modo Piemonte e Lombardia). In un ventennio, grazie al denaro fresco, furono realizzate nuove strade, ponti ed una capillare rete ferroviaria; inoltre furono sistemati gli argini dei fiumi, realizzata una fittissima rete di canali per facilitare il commercio fluviale, eseguiti i trafori del Fréjus, Sempione e Moncenisio, messi in opera grandi cantieri pubblici per la costruzione di ospedali, scuole ed opifici. Fu inoltre saldata una buona parte del debito verso la Francia e la Gran Bretagna ma non fu estinto l’ingente debito piemontese, che, ahinoi, fu riversato ai cittadini del neo stato unitario. Da allora iniziarono i mali della finanza pubblica italiana.

Nel Meridione d’Italia, al posto del ducato, fu introdotta la lira-oro, che rimase in circolazione solo per pochi anni; in seguito fu sostituita da quella cartacea, che subì ripetutamente una continua svalutazione.

L’aggressione al sistema economico

Anche il sistema economico subì un violento attacco. Agli inizi del 1863, l’immenso stabilimento metallurgico di Pietrarsa fu concesso in affitto, per 30 anni, alla modica somma di 45.000 lire, all’imprenditore Iacopo Bozza, vendutosi anima e corpo al nuovo governo. Per incrementare i profitti, il nuovo padrone ridusse drasticamente i posti di lavoro e la paga oraria, mentre aumentò le ore lavorative giornaliere per ogni operaio. Tali iniqui provvedimenti determinarono, come logica conseguenza, l’indizione di scioperi, da cui sfociarono gravi disordini repressi nel sangue. Il 6 agosto 1863 una carica di bersaglieri provocò la morte di 7 operai e il ferimento di 20. In seguito l’industria si riprese, ma mantenne dimensioni ed ambiti alquanto modesti.

museo di pietrarsa

Anche i grandi stabilimenti siderurgici di Mongiana in Calabria conobbero la stessa sorte. L’acciaio calabrese era il migliore in Europa, tanto da far invidia agli stessi inglesi, che se ne approvvigionavano in continuazione. Subito dopo l’Unità d’Italia, il governo italiano preferì ridimensionare gli efficienti stabilimenti della “Ruhr calabrese”, per favorire lo sviluppo di altre industrie del settore sorte nel Nord. Gli stabilimenti calabresi, insieme alle vicine miniere di limonite (minerale di ferro), furono svenduti all’imprenditore calabrese Achille Fazzari, che tentò in ogni modo di riattivarli, impegnando tutte le sue risorse finanziarie ed assumendo ben duemila operai. Dopo alcuni anni di sacrifici e in mancanza di aiuti governativi, fu costretto a ridurre di molto l’attività, sino a chiuderla definitivamente.

Un consistente ridimensionamento subirono i cantieri navali di Castellammare di Stabia, le grandi cartiere campane, il setificio di San Leucio, le industrie della porcellana, del vetro, dei pellami e i numerosi opifici dell’indotto. Lo stesso porto di Napoli, un tempo affollato di bastimenti e piroscafi commerciali, in entrata e in uscita, conobbe una crisi lenta ed inesorabile.

Furono in tante le maestranze, insieme ai moderni macchinari, ad essere trasferiti nelle industrie del Nord. Furono in tante le opere d’arte trafugate dai palazzi reali e nobiliari per arredare quelli del Nord e, perfino, i loro musei.

Tra i tanti provvedimenti scellerati adottati dal nuovo governo sono da ricordare l’incentivazione riservata esclusivamente ad aziende settentrionali ad investire nelle industrie e nel commercio del Sud, la privatizzazione del settore industriale pubblico, l’eliminazione dei dazi borbonici sull’importazione, che comportò il crollo del commercio interno. Scelte inopportune che determinarono il drastico ridimensionamento della produzione, la chiusura di diverse fabbriche e il conseguente licenziamento di migliaia di lavoratori.

In pochi anni, insomma, la grande economia del Sud fu costretta ad inginocchiarsi e a conoscere l’onta dell’umiliazione e della povertà.

Allo smisurato e incolmabile danno, seguì un’atroce beffa. Uno strisciante ed ignobile terrorismo psicologico s’insinuò nella coscienza della gente del Sud, che arrivò a gratificare i suoi stessi oppressori e a considerarli alla stessa stregua di salvatori. Attraverso la sistematica falsificazione della verità storica fu esaltato il mito risorgimentale. I giornali, le riviste, i romanzi, le commedie, le opere letterarie e musicali, e, soprattutto, i libri di storia rappresentarono gli strumenti per far apparire “vero” il “falso” storico. E ci riuscirono.

L’emigrazione

Dal 1862 in poi iniziarono i “viaggi della speranza”. Molti meridionali, per far fronte alla povertà e ai seri problemi ad essa collegati, decisero di abbandonare il loro paese e partire “per terre assaje luntane”, nella speranza di trovare un lavoro e una vita più dignitosa. Con un carico di poche valigie, interi nuclei familiari s’imbarcarono su bastimenti, vecchi e fatiscenti, verso la Mèrica e l’Australia, tutti ammassati in coperta, alla stregua di animali, per giorni, per mesi, privi di un ben che minimo supporto igienico, con due pasti quotidiani poco energetici, con una latrina comune situata in una zona non molto riservata del ponte, con un paio di infermieri che fungevano da medici, con gli occhi protesi sempre all’orizzonte alla ricerca spasmodica della terraferma, che forse li avrebbe riportati a nuova vita.

Alcuni piroscafi affondarono a seguito di violente tempeste, ad altri non fu concesso di attraccare in porto perché a bordo vi era un’epidemia di colera o di tifo, altri ebbero la fortuna di approdare e di scaricare il prezioso “oro umano”, comprato a basso prezzo da mercanti senza cuore. Furono in molte le famiglie a patire le stesse sofferenze italiche. La gente si arrabattava alla meglio, viveva in squallide stamberghe prive delle essenziali condizioni di vita, mangiava cibo di scarsa qualità e si copriva con luridi stracci. Solo in pochi ebbero la fortuna di affermarsi e di costruirsi una vita adeguata alle loro aspettative.

In cinquant’anni di emigrazione, ben 10 milioni di italiani abbandonarono la loro patria. La maggior parte di questi erano meridionali, veneti e friulani, una modesta parte di altre regioni, anche del Piemonte. Solo nel 1915 la partenza verso le Americhe s’arrestò di colpo. I giovani, però, partirono ugualmente verso un destino ancora più crudele del migrante, partirono per la “Grande Guerra” per essere utilizzati come “munizioni” da mitraglia e palle da cannone contro gli Austriaci, a difesa di interessi e privilegi dei “Savoia”, che portarono, in settant’anni di regno, miseria e lutti alla maggior parte degli italiani. Poi, terminata la guerra, l’emigrazione riprese intensa sino alla fine degli anni ’60… e furono in tutto 14 milioni di disperati, sparsi in tutto il mondo.

Conclusione

Gentili lettori, la storia che vi ho raccontato nelle tre tornate non è affatto una storia inventata, né tantomeno una storia di parte, bensì una storia realmente accaduta e che mai alcun libro di scuola ha inteso ricordare e tramandare alle giovani e fuorviate generazioni di oggi.

Ora che avete letto i miei brevi scritti, vi invito a soffermarvi per qualche minuto, a meditare e a fare le dovute riflessioni. Fatelo senza dare ascolto all’ingannevole richiamo che viene dalla vostra diversa appartenenza territoriale, politica, religiosa, sociale. Se lo ritenete opportuno, andate a consultare un buon libro di storia, oppure fate delle ricerche approfondite su Wikipedia. Vi accorgerete che le mie affermazioni non sono dettate da ragioni faziose, ma sono sacrosante e rispondono al vero. Perciò, continuate a meditare e, se potete, calatevi per qualche attimo nei panni di quella povera gente del Meridione che all’improvviso si trovò a subire l’occupazione straniera e a vivere un dramma epocale.

Fatelo – vi prego – anche se vi costerà molta fatica e susciterà in alcuni di voi rammarico, rincrescimento e rabbia. Solo in questo modo potrete capire quanto ebbero a soffrire le genti del Sud e quanto ancora si facciano sentire, a distanza di 152 anni di Unità, alcune discriminazioni sociali tra le varie genti italiche. Dispiace dirlo, ma oggi siamo molto distanti dal considerarci “Fratelli d’Italia”. Ciò nonostante “W l’Italia!”. (Rino Duma)

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