Italia-Polonia 3-0!

Feb
2013
07

Categoria: Storie galatinesi

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stadio specchia galatina

di Mauro de Sica

È trascorso ormai tanto tempo da quella storica partita di calcio disputata a Galatina sul campo di Piazza Fortunato Cesari, al centro del paese. Allora non esisteva lo “Stadio dei Diecimila” di Via Soleto, per cui le partite di pallone si giocavano sul grande spiazzo antistante all’edificio scolastico. Le dimensioni del terreno di gioco non erano molto grandi ma neanche tanto piccole: diciamo che quella piazza era una via di mezzo tra un campetto di periferia e un vero stadio. Ai galatinesi stava bene così, poiché, trovandosi a stretto contatto con i calciatori, ne sentivano gli sbuffi, le imprecazioni, le bestemmie, le parolacce, i lamenti per i falli subiti, le contestazioni e quant’altro. Le linee di fondo campo e quelle laterali si trovavano a non più di un metro dai tifosi, per cui il tifo era da anfiteatro romano e si faceva maggiormente sentire quando i biancostellati dovevano recuperare qualche gol. E allora il campo si trasformava in una vera e propria bolgia dantesca, ribollente e rumorosa, da incutere paura finanche alle pietre, figuriamoci ai giocatori avversari e all’arbitro, nei confronti dei quali erano lanciate invettive e minacce… da codice penale.

Guai se la partita si fosse conclusa a svantaggio per i biancostellati (cosa che non accadeva quasi mai), i pochi carabinieri presenti erano costretti a disporsi in cerchio intorno alla squadra ospite e all’arbitro per preservarli da eventuali esagitati.

Tra le tante storielle legate a quel campo, mio padre mi raccontò nei minimi dettagli la storica partita disputata all’inizio del 1944 tra alcuni soldati italiani (prigionieri di guerra) e militari delle forze alleate, in particolar modo polacchi.

I militari italiani, pur essendo in stato di fermo, avevano una certa libertà di movimento, per cui, quando era possibile, organizzavano delle partite di calcio. Agli alleati non dispiaceva, anzi, accorrevano in gran numero a tifare per questa o per quella formazione italiana. Gli americani, d’altra parte, non erano grandi giocatori di calcio, così come i marocchini, gli indiani e gli australiani. Tra i militari polacchi vi erano, però, bravi calciatori (pare che ci fossero due nazionali), i quali snobbavano in continuazione gli incontri di calcio degli italiani, ritenendoli modesti e inconsistenti tecnicamente. Ovviamente i nostri militari la pensavano diversamente e non gradivano le ripetute canzonature e sfottò da parte polacca. Dopo un continuo andirivieni di battute e dispetti tra le parti, qualcuno pensò bene di mettere fine alle parole e dare seguito ai fatti. Fu finalmente organizzata, dopo un lungo iter burocratico, la storica partita tra le due “nazionali”: la prima ad essere disputata durante la seconda guerra mondiale.

I giorni precedenti alla partita si coglieva per tutta Galatina un’insolita atmosfera di attesa. Si parlava a lungo dell’evento in ogni angolo del paese: in campagna tra i contadini, a scuola tra gli studenti, in ospedale tra gli ammalati, in municipio tra gli impiegati. Insomma se ne parlava in ogni luogo. Ed arrivò finalmente quell’infausta domenica di fine marzo. Le forze militari presidiavano ogni zona della piazza: dalle terrazze dell’edificio scolastico a quella del Teatro Tartaro, dalle finestre di casa Giannuzzi a quelle del Mercato Comunale. Anche lungo le strade principali che immettevano a Piazza Cesari erano presidiate da ingenti forze dell’ordine: d’altra parte si era ancora in guerra ed era più che giusto mettere in debito conto ogni possibile evenienza.

Alla partita erano presenti quasi duemila spettatori (l’ingresso era gratuito), assiepati ovunque, finanche su palchetti o tribunette di fortuna appositamente costruiti qualche giorno prima, sulle terrazze di ogni casa, dalle tante finestre dell’edificio scolastico o sul grande albero di gelso che s’affacciava sulla piazza. Addirittura qualche tifoso, ignaro del grave pericolo, era riuscito a eludere ogni sorveglianza e a salire sul cupolone del Teatro Tartaro: da lassù poteva ammirare la partita come da un anello del Meazza.

Il tifo montava sempre più con l’avvicinarsi della partita e a diventare assordante al fischio d’inizio. Le squadre indossavano le magliette con i rispettivi colori sociali: azzurre quelle italiane; bianche, con bordi rossi, quelle polacche. Mio padre mi raccontava che alcune magliette italiane avevano colori azzurri di diversa tonalità. Beh, dati i tempi, era già tanto trovarne di quasi simili! L’arbitraggio fu affidato a un ufficiale indiano.

La partita iniziò molto bene per i colori italiani. Già al 5’ l’Italia passò in vantaggio grazie ad un imperioso colpo di testa del centravanti lombardo Bernareggi. E fu apoteosi per il numeroso pubblico accorso. In campo il povero attaccante fu sommerso dai compagni, che si riversarono su di lui sotterrandolo e asfissiandolo con abbracci mozzafiato.

La reazione dei biancorossi non tardò a venire. I polacchi si riversarono massicciamente nell’area italiana per recuperare lo svantaggio ma, ahiloro, si esposero al contropiede implacabile dei nostri azzurri. Il raddoppio arrivò verso la fine del primo tempo, grazie ad una veloce azione di rimessa della retroguardia italiana. A segnare fu ancora una volta il nostro Bernareggi, che, dopo aver dribblato il portiere, si fermò con il pallone a pochi centimetri dalla linea di porta, spingendolo in rete soltanto al sopraggiungere di un difensore. I polacchi non gradirono per niente quel gesto.

La partita ormai era in discesa per gli italiani. Nel secondo tempo gli azzurri segnarono ancora con la funambolica ala destra, di cui non rammento il nome. Al termine dell’incontro, i nostri calciatori furono portati in trionfo dai tifosi per le strade principali del centro, mentre i polacchi se ne ritornarono con le pive nel sacco, battuti e umiliati dal grande carattere degli italiani.

All’indomani mattina Bernareggi si trovò a passare accanto al palazzo ducale Scanderbeg, presidio militare dei polacchi. Sul portone d’ingresso erano presenti alcuni militari. Il nostro azzurro salutò doverosamente quei soldati, i quali scambiarono la cortesia per un ulteriore scherno. Dall’alto del palazzo partì una sventagliata di mitra verso il nostro militare, quando questi volgeva loro le spalle: Bernareggi cadde esanime sul selciato. La sua grande colpa era stata quella di aver segnato due gol alla squadra che in quel momento storico rappresentava il vincitore. Lui, Bernareggi, aveva inflitto un pesante smacco ai padroni della guerra e, pertanto, doveva essere punito.

Il vae victis della storia romana, ancora una volta si era ripetuto.

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