La manualità istintiva di Pietro Coroneo

Ott
2013
20

Categoria: Arte e mostre

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Pane, olio e vino

Le mani di un artista riescono a raccontare più delle parole. Le mani di Pietro Coroneo evidenziano i solchi tracciati dai percorsi  della vita, la fatica del lavoro,  la ricerca della felicità attraverso la creazione. Ogni esperienza ha segnato una tappa della sua  crescita  umana, culturale, artistica: i tanti mestieri  svolti sin dall’età di dodici anni, il servizio militare, lo studio da autodidatta. Ma il legame più forte,  continuo, indissolubile, è con la Terra. Coroneo afferma che la Terra è madre ed egli si sente figlio della sua Terra. Come figlio le è grato per quello che gli ha insegnato e donato. Fonte di sostentamento per la famiglia, giacimento di tesori antichi, sorgente d’ispirazione, cava di materia da plasmare, essa è la vera Scuola. Le mani di Pietro hanno coltivato le piante, hanno modellato l’argilla, hanno scalfito il legno d’ulivo, hanno sbozzato la pietra viva. I suoi occhi scuri si sono beati dei colori della campagna salentina e hanno guidato le mani quando, con la penna, o le chine, o gli acquerelli, o le tempere,  ha deciso di rappresentare su tela o cartoncino lo spettacolo del creato.

L’amore viscerale per la Terra testimonia anche una profonda religiosità che lo ha sostenuto nelle difficoltà. Il senso di responsabilità e del dovere verso i genitori,  verso la moglie ed i figli, lo hanno portato a cercare un impiego stabile, ma ciò non gli ha impedito di dedicarsi alla sua vera passione: l’Arte.

Nella poesia “Radici d’ulivo”, composta nel 2004, l’autore rivela, negli ultimi versi, cosa significa per lui l’atto creativo:

“Rivivo la sublime liberazione

esplosione artistica che mi regala

un’emozione e il senso della vita.”

Libertà, emozione, senso della vita che egli  vuole comunicare agli altri con le proprie opere.

Coroneo non è andato a “bottega” per imparare a disegnare, scolpire e dipingere; né ha potuto seguire studi artistici. Ha carpito dalla natura e dalla storia le conoscenze e ha continuamente sperimentato procedure, strumenti,  materiali. Nella sua formazione è stato supportato da un’ardente curiosità, da uno spiccato spirito di osservazione, dall’incessante desiderio di rinnovamento, e, soprattutto, da una manualità istintiva che, nel tempo, è diventata sempre più colta. È affascinato dall’arte primitiva, dalle Veneri paleolitiche, statuette votive simbolo di fertilità e prosperità.  È ammaliato dagli ulivi secolari nei cui tronchi cavi e contorti individua l’abbozzo di figure umane e animali. È conquistato dalla creta, che, grazie alla sua malleabilità, consente di trovare sempre nuove  soluzioni formali.

Dagli anni ’90 decide di organizzare un laboratorio a Galatina e di non vivere la sua passione solo nel privato. Avverte la necessità di far conoscere i risultati delle sue ricerche. Si presenta al pubblico con mostre in Italia e all’estero, istallazioni, performance. Affronta temi importanti, sacri e profani. Con maturità e sincerità  propone le proprie riflessioni sulla società contemporanea, sulle ingiustizie e le evidenti contraddizioni. Le opere talora risultano cariche di tensione emotiva e invitano a fermarsi a pensare.

In alcune sculture e  nella produzione grafica  si legge il legame con un grande artista galatinese: Gaetano Martinez.  Come Martinez,  Coroneo   approfondisce lo studio dell’arte classica. I capolavori  di Fidia, di  Canova sono punti di riferimento imprescindibili , anche quando si impegna in nuove sperimentazioni. Del resto la scultura è la forma d’espressione da lui prediletta. La perfetta costruzione della forma plastica, la sublimazione della materia, il fascino dell’antico sono elementi a cui non vuole rinunciare.

La visita al laboratorio in via Alessandro Arcudi e l’analisi delle opere prodotte in diversi periodi  fa comprendere quanto l’attività del maestro sia incessante, in perenne evoluzione. Si passa dalla solennità delle figure di  Vescovi e Papi, dal modellato sintetico e incisivo, accostabile alle creazioni di Arturo Martini, alla testimonianza dolorosa dell’esodo del popolo albanese,  all’ironia delle donne civetta, esplosione di forme talvolta policrome. Intenso è poi  lo studio del  corpo femminile nudo o vestito, proposto non in maniera accademica, ma piuttosto intimista, esistenziale. Meraviglia anche la contaminazione materica di alcune istallazioni, poiché, a primo acchito, Coroneo appare devoto alla peculiarità di ogni materiale e alle relative intrinseche potenzialità espressive. L’idea dell’opera deve trovare esplicitazione di volta in volta nella  materia più consona: pietra leccese, gesso, legno, ferro, rame, argilla, pietra viva, inchiostri, oli, tempere, acquerelli. L’artista non ha paura di misurarsi con diversi mezzi di comunicazione, anzi  si entusiasma ogni qualvolta ha tra le mani la materia. Afferra gli arnesi, alcuni ideati e costruiti appositamente, e inizia, carico di energia, una nuova avventura. Egli stesso non sa precisamente quale sarà il traguardo; il percorso è tutto da scoprire. Una volta concluso il lavoro quasi non si concede  il tempo di  godere del risultato ottenuto perché  è già proiettato verso nuove obiettivi. La tensione creativa non conosce sosta; è un ribollire di intuizioni che attendono un’immediata concretizzazione.

Tuttavia  altrettanto importante è il momento della  fruizione. Coroneo  non viene appagato da un approccio episodico e limitato nel tempo; auspica invece una collocazione dell’opera che consenta un rapporto duraturo con il pubblico, non filtrato. Per questo   ha  proposto l’istallazione definitiva  di una sua scultura in uno spazio del centro storico di Galatina, per favorire la libera visione della stessa  e al contempo contribuire alla riqualificazione estetica di uno scorcio del borgo antico. L’idea è tutt’altro che peregrina se si pensa che alcune città  italiane e straniere sono diventate, con la collaborazione di artisti contemporanei, musei a cielo aperto e centri culturali di importanza internazionale. (Vincenza Fortuzzi)

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