Le ali della libertà – La libertà dell’anima (Prima parte)

Apr
2015
25

Categoria: Cultura e società

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Pur avendo insegnato matematica, spesso e soprattutto nelle terze classi, mi sono ritagliato, a seconda delle circostanze, un piccolo spazio temporale per parlare di grandi tematiche, come la giustizia, la verità, la pace, la libertà, che ritengo siano i pilastri fondamentali su cui poggiano le fortune umane. Sono stati in tanti i ragazzi a rivolgermi un’infinità di domande, a molte delle quali non ho potuto dare risposte adeguate. Fossi stato il loro insegnante di lettere, mi sarei soffermato ad approfondire l’argomento, ma non era il caso che facessi “invasione di campo”, soprattutto per rispetto e deontologia professionale nei confronti dei colleghi deputati alla trattazione. Perciò, mi sono limitato a dare loro qualche breve suggerimento e poi subito a riprendere i temi tanto cari a Euclide, Talete, Pitagora, Tartaglia, i quali se ne stavano imbronciati in un cantuccio per il mio ‘palese’ tradimento.

È capitato, nel 1997 (se la memoria non m’inganna), durante il solito viaggio di istruzione in Romagna, che un mio alunno, che chiamerò Mauro (un nome a me molto caro), mi tempestasse di domande sulla libertà, un argomento che avevo trattato di sfuggita qualche tempo prima in classe.

Il pullman stava per entrare a San Marino, quando Mauro, molto meravigliato da una scritta che campeggiava a tutto tondo all’ingresso nel piccolo Stato, mi rivolse una domanda a bruciapelo.

“Professò!… Leggete!… Leggete là, su quella grande insegna!… Dice «Benvenuti nell’antica terra della libertà!». Che significa, professò?!… Perché, la nostra terra non è libera?!”.

“Quell’insegna, Mauro, è molto antica… non l’hanno mica scritta ieri o l’altro ieri. Sappi che questa terra non è stata mai sottomessa ad alcun tiranno per via della conformazione montuosa del territorio, un tempo impervio e inaccessibile, che fungeva da difesa naturale”.

“I sammarinesi erano liberi, professò, ma, al tempo stesso, imprigionati su quel pugno di rocce!… Insomma, liberi per modo di dire!” – sottolineò con molto acume il ragazzo – “…Professò, a ben pensarci, che parola strana la libertà!… Se volessi definirla, non saprei cosa dire, perché la libertà, almeno per me, è qualcosa di impalpabile, di sfuggevole, che non ha dimensioni e confini”.

“Se ci tieni tanto, posso parlartene, ma promettimi che mi presterai attenzione”.

“Sì, professò,… sì, parlate pure!… Sono tutto orecchie!”.

“Intanto sappi che vi sono due forme di libertà cui devi tendere, se vuoi vivere la vita da protagonista e con dignità. Innanzitutto, devi cominciare a costruire dentro di te i contrafforti spirituali su cui edificare la prima delle due, cioè la libertà interiore…”.

“Sarebbe, professò?!”.

“Sarebbe la libertà dell’anima, della coscienza… Ora hai capito?”.

“Sì, professò… sì, potete proseguire” – assicurò il ragazzo, con gli occhi sgranati da enorme interesse.

“Si tratta di una libertà impalpabile, come tu stesso hai detto poco fa, che è presente in ognuno di noi anche se in misura diversa, nel senso che ci può condizionare nel bene o nel male, a seconda della sua qualità e consistenza. Ci sono delle persone, ad esempio, che si portano dentro tante paure, travagli, pregiudizi, preclusioni e tanta vergogna; persone, cioè, che non hanno coraggio, fiducia, e sono segnate da fatalismo, rassegnazione e pessimismo. Queste energie negative determinano una povertà spirituale che nessuna medicina riuscirà mai ad eliminare. Persone del genere si nascondono alla vita e la subiscono perché privi della necessaria libertà interiore”.

“Oddio!”.

“Ci sono, invece, uomini che hanno il vento nella loro mente, ali nel cuore, saggezza e pace nello spirito: queste persone sono libere perché dentro non hanno catene!”.

“Professò, io mi sento come una di queste!”.

“Vacci piano e stai attento a quel che dici!… Non essere frettoloso, Mauro. Tu stai confondendo la libertà interiore con tutte le forze, le emozioni e i propositi che alloggiano confusamente nella tua mente. Molti di questi elementi sono controproducenti, sono spazzatura che deve essere allontanata in tutta fretta dal tuo cervello, come ad esempio l’invidia per i successi altrui, l’odio e la vendetta per i torti subiti, il desiderio di sentirti il migliore e di primeggiare sugli altri, magari servendoti di mezzi illeciti e raggirando il prossimo. Ecco, data la tua giovane età, devi iniziare ad eliminare lo scarso impegno nello studio, il continuo richiamo verso i piccoli piaceri, l’eccessivo riposo, la dedizione al gioco e la disobbedienza nei confronti dei tuoi genitori e professori. Altri elementi, invece, vanno consolidati, come ad esempio la serietà di intenti e il senso del dovere e del rispetto, che, se coltivati con amore, ti faranno vivere la vita da primo attore.

Non è mica facile, professò!”

“Allora non diventerai mai un uomo libero e forte. Devi già cominciare a tracciarti il sentiero su cui camminare e ad individuare tutti i tuoi traguardi possibili, sia immediati, intermedi che finali. Pertanto inizia già ad allenarti al dovere, alla fatica, alla lotta, al sacrificio, alla rinuncia, se vuoi superare e vincere i primi ostacoli e tagliare i primi traguardi. Controllando le tue emozioni, avrai, ovviamente il dominio di te stesso e pian piano inizierai a gettare le basi per il raggiungimento della libertà interiore.

“Che bello, professò!… Continuate, continuate pure!” – precisò Mauro, molto interessato.

“Confròntati sempre con quella persona ipotetica che già inizia a fare capolino dentro di te e che sarà la tua futura coscienza, ora soltanto in formazione. Bada a costruirla molto solida, a cementarla con buoni propositi e ad arricchirla di umiltà, amore e rettitudine. Comincia già a fare una valutazione, anche se sommaria, delle tue potenzialità. Di tutto ciò parla con i tuoi genitori, con noi professori, con i tuoi fratelli, che, essendo un po’ più grandi e più saggi di te, potranno darti un valido aiuto. Parla con chiunque, mettiti sempre in discussione, ne va di mezzo il tuo futuro… Non lasciare tutto al caso, al destino, che il più delle volte è ingrato con gli uomini, né lasciare che siano gli altri a decidere per te… A fine anno scolastico, ad esempio, ti troverai di fronte alla prima scelta importante della vita, poiché sarai chiamato a decidere sull’ordine di studi da intraprendere: devi arrivare già pronto ad effettuare la scelta in maniera seria, ponderata e consapevole. Provaci sempre nella vita, non mollare mai, non desistere mai: solo in siffatto modo riuscirai a spezzare le grosse catene che ti tengono legato al mondo delle pessime emozioni e della vita facile e comoda. È una prova molto difficile e ardua, dalla quale spesso si esce sconfitti. Se perciò non si ha forza di carattere e voglia di vincere ed una chiara idea di ciò che si vuol fare da grande, alla fine la vita ti punirà e non approderai nel porto delle “certezze positive”. Solo se saprai distillare, attraverso l’alambicco della tua coscienza, le emozioni e le pulsioni, che oggi si muovono alla rinfusa dentro di te, potrai aspirare ad entrare in futuro nel “mondo degli uomini liberi e giusti”. Impegnati con decisione e temperamento in ogni tuo passo e momento della vita. Ed impegnati soprattutto a realizzarti come uomo, ma non per apparire uomo. Bada che la differenza è notevole. Non è affatto facile, anche perché la società umana è arroccata su convincimenti settari e, per certi versi, medioevali e presenta una struttura ancora molto arcaica. Ma ciò nonostante impegnati con tutte le forze”.

“Professò, come faccio a distinguere i buoni propositi dai cattivi, le buone emozioni dalle pessime?”.

“Tu cerca di essere sempre vigile e di non prendere mai decisioni affrettate. Non farti guidare e comandare dall’istinto perché potresti trovarti in una situazione dalla quale sarebbe difficile poi venir fuori. Rifletti a lungo ed impegna sempre la “ragione”, che essendo dettata dalla coscienza, ti aiuterà a scegliere la migliore delle idee che ti frullano nella mente. In pratica ti detterà il consiglio giusto, come se fosse tua madre a suggerirtelo.

“Professò, quando sarò sicuro di essere una persona veramente libera dentro?”.

“Tutto dipende da te, Mauro. Sarà sempre la voce della tua coscienza a farti capire se sei ancora legato alle catene interiori oppure se ti sei slegato”.

“Professò, voi quando vi siete sentito veramente libero?”.

“Con questa domanda mi stai facendo riandare con la mente a quando ero uno studente un po’ timido e impacciato del quarto commerciale. In una circostanza, che non dimenticherò per la vita, fui ingiustamente deriso dal mio insegnante di lettere in presenza dei miei compagni perché indossavo una camicia stravagante nei colori e nei disegni. Devi sapere che quello era il periodo di maggior successo di Bobby Solo, Little Tony, Adriano Celentano, Peppino di Capri che spesso vestivano in modo molto eccentrico e bizzarro. Per me erano dei miti da seguire, soprattutto Domenico Modugno, con le sue canzoni incentrate sull’amore e sulla libertà, come ad esempio “Nel blu dipinto di blu” e “Libero”. Rimasi molto male quando mi additò ai compagni, paragonandomi ad Arlecchino. Mi veniva da piangere, ma mi contenni per non dargliela vinta. Mi montò dentro una rabbia incontenibile che a stento riuscii a dominare. Avevo voglia di andar via e di non tornare più a scuola. Quel professore, al quale ero tanto legato per la sua bravura, mi era crollato improvvisamente dentro. Trovai la forza di dirgli a denti stretti che non meritavo quel rimprovero e che comunque avrei continuato a vestirmi secondo quanto mi avrebbe dettato la testa. Lui capì ed accettò la mia reazione, poi mi chiamò a sé, mi condusse fuori dell’aula come a volersi scusare. Mi diede un pizzicotto sulla guancia, che a me piacque infinitamente. A fine anno, si congratulò con me per i buoni voti riportati e si scusò per l’accaduto, assicurandomi che mi aveva sgridato solo per correggere i miei modi fin troppo esuberanti di affrontare e vivere la vita. In quel momento ho avuto la sensazione che intendesse chiedermi scusa. 

È stata la prima volta in cui mi sono sentito una persona libera, ma ti confesso che in seguito, forte di tale esperienza, ho impegnato sempre il meglio e il massimo di me per conservare quello stato.

“Professò, siete contento della scelta fatta?!”.

“Tantissimo, Mauro. Oggi mi sento di essere la persona più felice e più ricca del mondo!”.

“Felice?!”.

“Sì, Mauro, hai capito bene. La libertà ti porta ad essere felice, pur non essendo ricco materialmente. Sappi, figlio mio, che la felicità non consiste nel possedere grandi ricchezze, come palazzi, gioielli e tanti soldi!”.

“Beh!, professò, ad averne non si commetterebbe alcuno sproposito o peccato!”.

“Non sono d’accordo con quel che sostieni. Tieni conto che per arrivare a tante ricchezze e a mantenerle sempre consistenti generalmente si compiono delle azioni, le cui finalità e provenienze potrebbero non essere pienamente limpide, legali e giustificate. Tu, prova, invece, a stare lontano dai cattivi esempi che la vita di oggi ti pone di fronte e impegnati sempre con lealtà e grande serietà e limitati a prendere dalla stessa ciò che ti consente di vivere con onestà e laboriosità. Se la tua anima indosserà questi abiti, ben presto sentirai dentro di te una piccola voce che ti plaudirà e ti ricorderà spesso di essere un ‘vero uomo’. In quel preciso istante ti sentirai una persona con le ali. Io ho provato tutto ciò un attimo dopo aver contestato con rabbia al mio amato professore di lettere il grave errore che aveva commesso nei miei confronti”.

“Professò, posso sapere che cosa gli avete detto?”.

“Gli dissi che Gesù non si sarebbe mai comportato in quel modo nel caso in cui uno dei suoi discepoli avesse sbagliato!”.

“E lui?!”.

“Lui abbozzò un sorrisetto per nascondere l’enorme imbarazzo.

“Professò, siete stato un po’ sfrontato, ma avete fatto bene a reagire in quel modo…” – esclamò mezzo estasiato lo studente – “…Mamma mia, che grinta che avete avuto!…. Però avete corso il rischio di essere sospeso dalle lezioni!”.

“Forse sì, ma quand’anche fossi stato sospeso, avrei provato ugualmente molta fierezza. Ora per chiudere il discorso aggiungo che un uomo si sentirà pienamente libero solo quando non proverà vergogna o alcun travaglio interiore nell’affrontare qualsiasi realtà e nel richiedere un suo sacrosanto diritto o nell’esprimere un giudizio. E ricorda, infine, che dietro ai diritti di ogni uomo, ci deve essere sempre una persona che ha il ‘dovere’ di concederli. Un diritto deve essere servito allo stesso modo e con la stessa facilità con cui il barista serve all’avventore una tazzina di caffè. Solo quando tutti i diritti saranno garantiti in questo modo, l’umanità potrà vantarsi di vivere in una vera democrazia.

“Professò, lo sa che mi sta incuriosendo e provocando?”.

“In che senso?”.

Nel senso che mi viene da farle un mondo di domande. Non mi consideri uno sfacciato: io per lei porto stima e rispetto, però qualche domanda un po’ pepata gliela voglio rivolgere. Posso?!”.

“Strano, Mauro, quest’oggi mi hai dato sempre del “voi”. Ora, di punto in bianco, hai deciso di darmi del ‘lei’. Forse lo stai facendo per addolcire un po’ le tue domande? Perciò, parla, ora sono io ad essere tutto orecchie”.

“Lei, professò, si è mai comportato con qualche suo alunno come ha fatto con lei il suo professore di lettere?”.

“Bella ed interessante la domanda. No, mai. Non mi sono mai comportato male con i miei alunni, neanche quando ero alle prime armi. Mi ricordo un episodio quasi similare nella mia lunga esperienza didattica. È accaduto qualche anno fa. Una mattina decisi di interrogare in geometria un ragazzo di nome Francesco, non molto incline allo studio, anche se dall’intelligenza viva. Gli chiesi di portarmi il quadernone di geometria”.

“Professò, si tratta del solito quadernone dove ognuno di noi deve riportare i problemi di geometria corretti in classe durante l’anno, vero?”.

“Sì. A proposito il tuo sta a posto?”.

“Certamente, professò. Quando torneremo a Galatina, lo porterò per un controllo”.

 “Non dimenticarti di farlo. Tornando a Francesco, il suo quaderno era maltenuto, e soprattutto, incompleto. Lo confesso: ho avuto uno scatto d’ira, che mi ha portato ad usare dei termini severi ma non certo offensivi. Lo mandai a posto. Lui rimase molto male, quasi piangeva; riprese il quadernone e lemme lemme se ne tornò al suo banco, da sconfitto. All’indomani Francesco non si presentò a scuola, così anche nei tre giorni successivi. Un giorno, rientrando a casa dopo le lezioni, incontrai suo padre per strada: era preoccupatissimo e scuro in volto. Mi disse che Francesco era ricoverato in ospedale per via di una grave forma depressiva in cui era caduto dopo l’interrogazione in matematica. Mi pregò di recarmi immediatamente in ospedale, perché, a detta del medico, soltanto io lo avrei potuto tirare fuori da quello stato di debilitazione. Francesco, infatti, si era chiuso dentro di sé, non parlava con nessuno, né tanto meno mangiava e non assumeva dei ricostituenti. Fui aggredito da un gran senso di colpa per quel rimprovero. Arrivato in ospedale lo trovai abbandonato a se stesso, molto triste e sfiduciato, insomma era penzoloni nell’anima. Appena mi vide, però, gli comparve sul volto un abbozzo di sorriso. Mi sedetti accanto, gli presi la mano e gliela strinsi. Lui rispose con altrettanto calore. Rimasi per un’ora in ospedale, sino a quando non divorò un piattino di minestra, una fettina di carne, un intero panino ed una mela.

“Avevi molta fame arretrata, vero?…” – gli dissi scherzandoci su.

“Professore, lo sa che non mangio da tre giorni?!”.

“Ho visto… ho visto… avevi una fame da leone. Ora cerca di conservare l’appetito per un po’ di tempo… Francesco, fatti venire un altro tipo di fame.

Ho capito tutto, professore, le prometto che mi metterò a studiare e mangerò tanta di quella geometria e scienze da non essere mai sazio”.

”Lo accarezzai più volte, lo baciai sulla fronte e lo salutai dicendogli che ero molto contento. Francesco rientrò a scuola dopo una settimana e si mise subito in carreggiata con lo studio, sorprendendomi per l’impegno profuso e la serietà. Come dono gli regalai un bastardino di pochi mesi che avevo chiamato Whisky, per il suo caratteristico colore. Oggi Francesco gestisce il ristorantino “La staffa” nel centro storico di Galatina. Pare che si mangi molto bene. Devo andare a fargli visita: forse stavolta lo troverò di buon umore e potremo insieme riprendere il discorso su quel salutare rimprovero e, forse anche, mi mostrerà il quadernone di geometria, da me mai più richiesto, perché non ce n’era più bisogno”.

Professò, però, la colpa è stata tutta di Francesco. Se lui fosse stato più diligente, non avrebbe mai ricevuto quella sgridata!”.

“Certo, Mauro. Ora, però dobbiamo andar via perché siamo rimasti solo noi due nel pullman. I tuoi compagni stanno già visitando le rocche, stanno facendo scorta di musicassette, di braccialetti, di amaro “Tilus”. Suvvia, andiamo giù, altrimenti li ritroviamo già di ritorno”.

“Professò, quando mi parlerà dell’altra libertà?”.

“Lo farò domani mattina, mentre saremo in viaggio verso Venezia”.                    

                                                                                                                                Fine prima parte

 

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