Le fantasie rivoluzionarie di Twitter in Turchia

Giu
2013
08

Categoria: Cultura e società

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evgenij-morozov

L’immagine della studentessa turca dritta e indomita nella sua laica fermezza di fronte al getto degli idranti manovrati dalla polizia del premier integralista islamico Tayyip Erdogan, che questi giorni compare sulle pagine e sugli schermi di tutto il mondo, è destinata a diventare un’icona potente della democrazia negli anni a venire. Quella era una dei manifestanti che a Istambul hanno portato in piazza la celebre massima di Hikmet – il massimo poeta novecentesco loro concittadino; icona liberatoria anch’esso, con la sua storia straordinaria da rivoluzionario di professione – “Muore un albero. Si sveglia una nazione”. E la piazza si chiama “Taksim”, un nome la cui assonanza ha richiamato subito alla mente dei commentatori un’altra piazza – la cairota “Tharir” – dove due anni fa studentesse e studenti non diversi da questi avevano fatto parlare ancora una volta di “rivoluzione a mezzo Twitter”.

Facile e consolatoria semplificazione che – forse – varrebbe la pena di demistificare grazie al saggio (sempre del 2011) firmato da Morozov, il giornalista di origine bielorussa che collabora a Foreign Policy e Washington Post.

Infatti a Occidente – dopo la fine della Guerra Fredda – si è radicato il facile stereotipo che promuove «la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione online». A partire dalla terribile semplificazione per cui l’Unione Sovietica e il Blocco Orientale si sarebbero dissolti grazie al genio comunicativo di Ronald Reagan (oltre al contrabbando a Est di qualche fax e fotocopiatrice per l’editoria clandestina, accompagnato al sostegno di trasmissioni come Radio Free Europe Voice of America), non per le condizioni strutturali e le contraddizioni interne del sistema sovietico. Dunque una strategia da clonare in ogni contesto, mettendo a frutto le nuove tecnologie. In particolare quelle impostesi nella nuova fase di sviluppo dei social network denominata WEB 2.0: la stagione di Facebook e di Twitter.

Tanto che «Mark Pfeiflr, già consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Bush, ha lanciato una campagna per candidare Twitter al Nobel per la pace, sostenendo che ‘senza Twitter il popolo iraniano non si sarebbe sentito tanto forte e fiducioso da difendere la libertà e la democrazia’».

La prova generale del “the revolution will be twittered” è stata fatta nel giugno 2009, quando migliaia di giovani iraniani, smartphone alla mano, si sono riversati nelle strade di Teheran chiedendo le dimissioni dell’ayatollah Khamenei; a seguito delle elezioni che avevano riconfermato alla presidenza Mahmud Ahmadinejad e che loro erano certi fossero state truccate.

Come è andata a finire la “rivoluzione verde su Twitter”, che avrebbe dovuto far collassare il regime iraniano? Né più né meno di come sono andate quelle successive del fatidico 2011 in Egitto e Tunisia, dette “dei blogger”, che avrebbero dovuto sconfiggere le rispettive dittature a colpi di gadget tecnologici: nel rapido riconsolidamento del regime, che nel frattempo ha imparato a usare le opportunità ICT in chiave di controinformazione propagandistica. Sicché la teocrazia iraniana mantiene salda la propria presa su una società che risprofonda nel fatalismo, in Egitto i militari restano in sella grazie alla partnership con i Fratelli Mussulmani.

Ciò suona a conferma che l’Occidente, propugnatore di liberaldemocrazia, non può pensare di cavarsela con le scorciatoie d’immagine del cyberutopismo o dell’internetcentrismo e poi – sotto, sotto – praticare la logica cinica, ipocrita e pure suicida del continuare ad appoggiare, nel quadrante mediorientale, assetti che svolgano la funzione del gendarme regionale; a fronte dei settori giovanili di quelle società dove i valori liberaldemocratici hanno ormai fatto breccia (e che si candiderebbero a essere il migliore alleato nella lotta contro l’oscurantismo jihadista). Ma tant’è, il richiamo delle ricette di controllo sull’effervescenza sociale (modernizzante, eppure interpretata dai conservatori occidentali come sovversiva) risulta sempre prevalente. Anche se gravemente perdente.

Eppure lo si dovrebbe aver capito, magari mettendo a confronto quanto accaduto in due mesi di giugno. Un giugno antico e l’altro più recente; ma sempre – parafrasando Thomas S. Eliot – “il più speranzoso dei mesi, per la terra desolata dell’afflizione (islamica o meno)”.

26 giugno 1963, nella Berlino Ovest assediata dalle forze del Patto di Varsavia e ormai attraversata dal “muro della vergogna”, il presidente americano John Fitzgerald Kennedy, con a fianco il borgomastro Willy Brandt, grida al mondo il suo “ich bin ein berliner”, “io sono un berlinese”. E per i ragazzi della mia generazione fu l’immagine coinvolgente di un Occidente che prendeva l’iniziativa, come Società Aperta contrapposta all’ottusa prevaricazione di un mondo chiuso. Fermo restando che a quel grido fece seguito la scelta politica conseguente di creare un ponte aereo carico di medicine e alimentari che sostenne concretamente la resistenza degli altri berlinesi.

4 giugno 2009, università Al-Azhar del Cairo: l’efficace oratoria del presidente americano Barak Obama entusiasma i giovani egiziani assiepati attorno al leader venuto da Occidente, che pronuncia la celebre frase “sono qui per cercare di inaugurare una nuova era”. Ma due anni dopo, quando quei ragazzi e quelle ragazzi hanno cercato loro di dare l’avvio al rinnovamento, che cosa è stato fatto da parte delle democrazie d’Occidente? Nulla.

I curatori fallimentari dei disastri bellicisti e liberisti a Ovest hanno saputo solo proferire parole politicamente corrette quanto insignificanti, inerti. Come quelle rivolte a Erdogan dal segretario di Stato USA John Kerry, “preoccupato per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia turca e che invita il governo di Ankara a indagare al riguardo” (sic!).

Inerzia che si consola con le presunte mirabilie delle tecnologie digitali; le quali – come sempre – «tendono a promettere più di quanto siano in grado di fare… praticamente ogni nuova tecnologia è stata osannata per la sua capacità di alzare il dibattito pubblico, accrescere la trasparenza della politica e condurre tutti noi nel mitico villaggio globale». Speranze rapidamente infrante dalla forza bruta della politica, della cultura e dell’economia.

Insomma, i fatti danno ragione a Morozov quando osserva come «i cyber-utopisti crederanno che un mondo fatto di byte potrà anche sfidare le leggi di gravità, ma assolutamente nulla impone che debba sfidare anche le leggi della ragione».

Del resto pure in Turchia la ragione del Potere non si limita più ad usare gli idranti e si contano i primi manifestanti morti. Che erano scesi in piazza a gridare valori di libertà e democrazia. Mentre le liberaldemocrazie occidentali volgono lo sguardo altrove, sussurrando generici inviti a prudenza e moderazione.

Evgeny Morozov, L’ingenuità della rete, Codice, Torino 2011

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