Categoria: Libri, poesie e prosa

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Ireneo Funes sapeva la forma delle nubi  australi  dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina di un libro che aveva visto una volta sola. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una lunga veglia funebre. Forse riusciva a vedere tutte le stelle che c’erano nel cielo. Riusciva a ricordare non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna delle volte che l’aveva percepita o immaginata.  Diceva di avere più ricordi, lui, da solo, di tutti gli uomini di tutti i tempi messi insieme. Diceva che la sua memoria era come un deposito di rifiuti. Era il solitario e lucido spettatore  di un mondo vertiginoso e  multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso, sovraccarico di immagini, di meticolosi dettagli concreti eppure intangibili.

Categoria: Arte e mostre

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Ogni scatto di Nino Migliori potrebbe essere definito come un racconto, una storia. Le sue fotografie più famose sono cariche del neorealismo tutto italiano degli anni ’50, quando dal Nord al Sud si cominciava a riprendere una vita normale, più leggera, si ricostruiva un futuro. L’Italia che Migliori scopre quando comincia a fotografare a Bologna è quotidiana e nuova allo stesso tempo, è un’Italia poetica ma normale, è un’Italia fatta di vicoli, di biciclette, di bambini con i calzoni corti e di frati che giocano a pallavolo. L’occhio di Migliori è preciso, documentarista, profondamente geometrico nella costruzione spaziale dell’inquadratura. Sono immagini lente, pensate, intense. La retrospettiva allo Spazio Forma è ben costruita, permette di conoscere l’universo visivo del fotografo emiliano in modo lineare, facile in un certo senso, quando Migliori non è certo un fotografo facile.

Categoria: Libri, poesie e prosa

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Un romanzo familiare che, via via, da storia di esistenze individuali, si trasforma in un affresco dell’esistenza in quanto tale, dell’esistenza nella quale  respirano i viventi e le cose, la terra e i suoi colori. Nella storia di due fratelli, nel loro legame fatto di reciproca amara sorveglianza, di distanza sofferta e insieme perseguita, si disegna la linea della vita stessa. E’, si potrebbe dire, il vento della vita che si fa scrittura, si fa narrazione, e attraverso le voci dei personaggi e le situazioni mette in scena una meditazione sull’esistenza: la curva del tempo che lacera e consuma, il rito delle partenze e degli arrivi, la presenza di un altrove che è richiamo ma anche disincanto, la ferita di conflitti e di offese non risarcibili, la memoria che l’irreversibilità del tempo rende aspra. Due fratelli del brasiliano Milton Hatoum (Marco Tropea editore, 2005) riprende il tema classico, e perturbante, della fraternità gemellare, della sua proiezione nella fantasmatica del doppio. Un tema che il narratore svolge secondo un’invenzione insieme calda e amara, affidando all’antico motivo il compito di dire qualcosa su ciò che unendo separa, sulla prossimità che si fa lontananza, sul legame che si rovescia in odio. E’ l’altra faccia dell’agnizione classica, plautina: la distanza tra i due fratelli è una malattia che non ha alcuna remissione, si approfondisce, si fa invasiva, invasiva dei pensieri, della vita stessa.

Categoria: Libri, poesie e prosa

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Inquadra, mette a fuoco, scatta, inchioda il soggetto a un’immobilità che durerà per sempre: forse non è un caso che la macchina fotografica, avendo alcune analogie con le armi da fuoco, scandisca, istantanea dopo istantanea, momenti cruciali della stagione del terrorismo. In questo immaginario album, il primo scatto è quello che fissa, il 26 marzo 1971, la sequenza in cui a Genova il portavalori Alessandro Floris viene ucciso da due terroristi del gruppo “XXII ottobre” durante una rapina di auto-finanziamento. Un fotografo coglie i due, in moto, che fuggono sparando contro la vittima a terra. È proprio da quella immagine che prende l’avvio il fulminante e denso libro di Marco Belpoliti, Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse, pp. 75, pubblicato da Guanda. Nel processo contro la banda “XXII ottobre” a sostenere l’accusa è il pubblico ministero genovese Mario Sossi: nell’aprile del 1974 viene sequestrato da un commando brigatista. La sua foto, scattata mentre è prigioniero, viene diffusa insieme al comunicato con cui le BR chiedono, in cambio del rilascio del magistrato, la libertà per alcuni dei terroristi detenuti.

Categoria: Libri, poesie e prosa

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Partigiano Inverno (Nutrimenti, pp. 237) è un romanzo che narra alcune azioni compiute dalla Resistenza in Valsesia nel dicembre del 1943. Le sue pagine hanno una consistenza porosa: sculture in cui si alternano vuoti e volumi, abissi e superfici, illusioni e speranze. L’autore sceglie di dare voce a pochi personaggi, ognuno dei quali si porta dentro il rimorso di un’occasione mancata: Umberto Dedali, un ragazzino di undici anni che vive a Borgosesia con il nonno, suo zio Italo Trabucco, professore in pensione – insieme preparano un bellissimo presepe, emblema dell’armonia assente dalle loro vite – e Jacopo Preti, studente universitario innamorato come il giovane Milton di Una questione privata, che si unisce ai ribelli delle Brigate Garibaldi. Anche le azioni evocate sono poche: l’assalto partigiano al paese di Varallo – in seguito esteso a tutta la Valsesia – e la rappresaglia dei fascisti della Legione Tagliamento, che terrorizzano la popolazione e fucilano dieci persone. Nell’intervallo tra questi eventi lo scrittore descrive la vita in tempo di guerra: lenta, sempre uguale, quasi immobile.

Categoria: Interviste e opinioni

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Salvatore Settis è un 71enne signore dai modi gentili e leggermente impacciati di chi ha trascorso più di dieci lustri della propria vita tra libri, convegni, testi antichi, banchi delle più prestigiose istituzioni universitarie. La sua rabbia per come vanno le cose in questa Italia «dominata dal verbo della destra, cui anche la sinistra è succube» e dove tutto, pure i beni culturali e il paesaggio, «patrimonio della nazione» sono trattati alla stregua di «oggetti vendibili al mercato», è l’ira dei miti. Il suo, non è un atteggiamento estremista né amiccante all’antipolitica («Odio e volontà di eliminare gli altri»), è invece un modo di porsi fatto di indignazione e radicalità. Il professore ha appena dato alla stampe un nuovo libro “Azione popolare. Cittadini per il bene comune” (Einaudi): oltre 230 pagine tra manifesto politico, esegesi delle leggi e del linguaggio che ci governano, e suggerimenti per tutti quegli italiani che non vogliono assistere passivi alla «sistematica sottrazione dei loro diritti civili».