Categoria: Storie galatinesi

Nessun commento

mappa

Sosteneva il compianto Donato Moro, riconosciuto esperto di fonti salentine, che qualora emergesse conflitto tra un documento comprovato ed una tradizione «non possono permanere incertezze di sorta: deve essere messa da parte la tradizione, anche se solenne per il suo protrarsi nel tempo»[i]. È proprio questo il caso della scomparsa chiesa di S. Maria del Tempio di Galatina che una antica “tradizione” storica, risalente a Michele Montinari nella sua Storia di Galatina[ii], la vuole collocata in piazza Vecchia e che ora, al rinvenimento in quell’area di un edifico sacro [?] diruto, una sparuta schiera di novelli proseliti ed accoliti di quella “tradizione” non solo ritiene di aver individuato l’esatta ubicazione di quella chiesa, ma favoleggia addirittura una misteriosa presenza templare. La storia – era solito affermare lo studioso salentino Nicola Vacca – non si scrive né con i se né con i ma, la storia è storia di fatti, di cose accadute e qui i fatti e le cose sono, ahimé molto differenti.

Categoria: Tradizioni e costumi popolari

Nessun commento

nonno

Pingula, pingula, barbaria,

vi ce dice la mescia mia,

la mescia mia, la Pignatara,

vi ce dice la cucchiara,

la cucchiara netta netta,

vi ce dice la trummetta,

la trummetta tuu, tuu,

essi fori, ca tocca a tu.

Leggibilmente, pingula, pingula, barbaria (traduzione sconosciuta), vedi che dice la mia maestra, la mia maestra, la Pignatara, vedi che dice il cucchiaio, il cucchiaio pulisce pulisce, vedi che dice la trombetta, la trombetta che fa tuu, tuu, esci fuori perché tocca a te. Una filastrocca alla buona vuota di significati e nessi e, perciò, leggera, autenticamente d’altri tempi, sopravvissuta a stagioni, abitudini, modi d’essere, soli e cieli lontani. E però, ricca della forza del tramando orale fra generazioni, lessico dialettale rigorosamente salvaguardato nella terminologia d’origine.

Categoria: Cultura e società

Nessun commento

filosofia

L’immagine vincente oggi della filosofia è quella di una disciplina pacata e rasserenante, che al di là del far riflettere, sarebbe in grado persino di consolare, guarire tensioni, appianare conflitti. Platone  è meglio del Prozac, ci è toccato sentire, la filosofia risolve i problemi, o almeno ci mette in quella serafica disposizione di animo che è propria della disciplina. Propria della disciplina? Ma siamo matti? La filosofia, mi viene da controbattere, è estasi e tormento, è il risultato del tafano socratico che pungola, incita e sferza il pensiero impedendogli di addormentarsi nel tepore consolatorio delle verità imposte come pure nella bambagia dell’ideologia preconfezionata. Con questo non si vuol certo giustificare quel che è successo in Russia in settembre, secondo la notizia che fa da spunto per queste considerazioni e che è stata riportata dal Corriere della Sera. Pare che due giovani ventenni di Rostov sul Don, scoprendo durante una fila a un chiosco  la comune passione per Kant, abbiano iniziato a litigare fino a che uno dei due ha estratto una pistola (scacciacani per fortuna) sparando in testa all’altro e ferendolo non gravemente. La notizia in sé fa giusto sorridere, anche se l’aggressore rischia qualche anno di galera.

Categoria: Storia d'Italia

Nessun commento

strage di pontelandolfo

Dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli, l’annessione del Meridione al Regno di Sardegna fu legittimata istituendo un plebiscito-farsa per ottenere dagli stati europei il loro beneplacito, ammantando ogni cosa con una veste di legalità. Il 21 ottobre 1860, il popolo duo-siciliano fu chiamato ad esprimere il proprio parere sull’annessione al Regno di Sardegna. Come era nelle previsioni, gli elettori si dichiararono favorevoli a larghissima maggioranza, legalizzando in tal modo il passaggio della sovranità dai Borbone ai Savoia. Ad onor del vero, al plebiscito partecipò solo il 19% della popolazione attiva, rappresentato esclusivamente dalle classi sociali agiate, soprattutto borghesi, buona parte delle quali era di stampo liberale. Nonostante ciò gli elettori furono costretti ad esprimere il voto palesemente, deponendo la scheda in una delle due urne, contrassegnate dal “sì” e dal “no”. Solo poche migliaia di persone, fedeli alla loro terra e al sovrano deposto, ebbero il coraggio di dissentire, ma furono irrise, minacciate e, in alcuni casi, picchiate e uccise. C’è da aggiungere che furono in molti, garibaldini compresi, a votare più volte, specialmente nelle grandi città. La stragrande maggioranza della popolazione, però, quella che aveva un reddito molto basso, quella abituata a curvare la schiena per dodici ore al giorno nei campi, nelle industrie, nei cantieri, nei porti, quella popolazione, che aveva a cuore re Francesco, venne inopinatamente esclusa dal voto.

Categoria: Arte e mostre

Nessun commento

Pane, olio e vino

Le mani di un artista riescono a raccontare più delle parole. Le mani di Pietro Coroneo evidenziano i solchi tracciati dai percorsi  della vita, la fatica del lavoro,  la ricerca della felicità attraverso la creazione. Ogni esperienza ha segnato una tappa della sua  crescita  umana, culturale, artistica: i tanti mestieri  svolti sin dall’età di dodici anni, il servizio militare, lo studio da autodidatta. Ma il legame più forte,  continuo, indissolubile, è con la Terra. Coroneo afferma che la Terra è madre ed egli si sente figlio della sua Terra. Come figlio le è grato per quello che gli ha insegnato e donato. Fonte di sostentamento per la famiglia, giacimento di tesori antichi, sorgente d’ispirazione, cava di materia da plasmare, essa è la vera Scuola. Le mani di Pietro hanno coltivato le piante, hanno modellato l’argilla, hanno scalfito il legno d’ulivo, hanno sbozzato la pietra viva. I suoi occhi scuri si sono beati dei colori della campagna salentina e hanno guidato le mani quando, con la penna, o le chine, o gli acquerelli, o le tempere,  ha deciso di rappresentare su tela o cartoncino lo spettacolo del creato.

Categoria: Cultura e società

Nessun commento

lampedusa

Con riferimento alle incessanti e spesso drammatiche operazioni di sbarco di disperati sull’isola di Lampedusa – si pensi, purtroppo, all’immane disastro di questi giorni e, al peggio non c’è mai fine, di queste stesse ultime ore – mi viene alla mente la sibillina denuncia «morale» formulata, alcuni anni addietro, dal vescovo di Agrigento, nella cui giurisdizione rientra l’arcipelago delle Pelagie: «Lampedusa lasciata da sola è diventata un cimitero». Detta frase sintetizza fedelmente, riuscendo a fotografarlo meglio che le colonne dei giornali e i reiterati dibattiti radio-televisivi, il grosso problema degli approdi, sulle coste meridionali italiane in genere, di decine di migliaia  di extracomunitari – nella stragrande maggioranza gente oppressa, sbandata e affamata – e nel contesto, anzi nel cuore, di tali eventi, il dramma che sta vivendo, appunto, Lampedusa: non solo in veste di realtà dalle eccezionali attrattive turistiche, ma intesa, anche, come semplice comunità locale, l’insieme della gente che vi dimora.