Riuscirà la cultura a fare innovazione?

Ott
2013
10

Categoria: Cultura e società

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cultura innovazione

Nei progetti di innovazione che hanno vinto i concorsi e i bandi promossi negli ultimi anni, la cultura c’entra sempre. In un modo o nell’altro, si ritrova spesso come mezzo, come fine, o come auspicato effetto collaterale. Il problema – o un’opportunità ancora da cogliere – è che chi oggi fa innovazione non è dentro al mondo degli operatori della cultura, pur nutrendosi di quei contenuti, di quelle competenze e di quell’immaginario. Il settore culturale – in particolare nelle sue espressioni più tradizionali come musei, teatri, archivi – esprime e produce con grande difficoltà innovazione: quando accade è episodica, marginale e dissipativa, realizzata cioè attraverso modi e percorsi che raramente contribuiscono a patrimonializzare e socializzare la creazione di valore aggiunto, a innescare cambiamenti nell’organizzazione, a migliorarne significativamente i comportamenti, i processi economici e le condizioni generali di sostenibilità.

Perché il settore culturale non riesce a esprimere innovazione?


I fattori sono molti. Il capitale umano innanzitutto, non è orientato all’innovazione. Il personale – l’ambito del patrimonio culturale è paradigmatico in questo senso – è selezionato sulla base di competenze disciplinari che nel tempo hanno creato una situazione paradossale: altissimi profili scientifici, deboli capacità di lettura del contesto sociale, scarsissime competenze manageriali, nessuna cultura imprenditoriale. Il contesto organizzativo, inoltre, non aiuta. La predisposizione all’innovazione non viene incentivata. Gli ambienti organizzativi e le logiche burocratiche demotivano i buoni propositi e «normalizzano» i problem solver che spesso si muovono sotto traccia e senza permesso istituzionale. Si pensi, ad esempio, ai musei statali italiani in cui – fino a pochi mesi fa – era fatto divieto ai dipendenti di utilizzare le piattaforme di social networking in orario di ufficio, anche per scopi professionali.

La presenza digitale dei musei su Facebook e twitter veniva garantita in modo «non ufficiale» da dipendenti e collaboratori alla sera o nei fine settimana. Un altro elemento è culturale: la cultura è assunta storicamente come valore in sé; un bene meritorio che deve essere protetto il più possibile dalle logiche del mercato. Ne deriva un sentire diffuso che si sedimenta in un atteggiamento alieno, se non avverso, all’impresa. Nasce da qui il rifiuto – al quanto esteso – dell’idea che la cultura possa essere utile e – contemporaneamente – profittevole.


Il sostegno alla cultura è sempre stato prevalentemente pubblico e questo, oltre a generare una fortissima dipendenza, ha disincentivato la formazione di una sensibilità imprenditoriale. Inoltre, le politiche culturali non hanno mai promosso l’innovazione: una cultura fortemente conservativa ha di fatto disincentivato la sperimentazione di formule innovative di gestione e produzione culturale, limitandosi  a vedere il privato come un fornitore di risorse (o al limite di servizi) di cui diffidare, e dando sempre priorità agli interventi di recupero conservativo piuttosto che alla reinterpretazione creativa.

Ma qualcosa sta cambiando

Qualcosa sta cambiando da una decina di anni. I pubblici hanno gradualmente cominciato ad assumere nuova centralità. È un passaggio cruciale per le organizzazioni culturali: le persone, le comunità, la società sono importanti non solo perché è per loro che viene custodita e interpretata la storia, ma perché danno senso a ciò che si fa. Una logica di servizio chela cultura ha sposato con molto ritardo rispetto al terzo settore, che ha sempre inteso se stesso come finalizzato al bene sociale. Questo ha spostato il fulcro di attenzione delle organizzazioni, ribilanciando i pesi: non è importante solo quello che si fa, ma con quali effetti sulle persone.

Lo spostamento di prospettiva genera forti implicazioni sulle organizzazioni e sulla loro governance: il coinvolgimento del pubblico, gli approcci partecipativi, sono scelte che hanno un costo, significa cioè rinunciare al controllo assoluto sui contenuti e sui loro significati, mettersi in ascolto dei bisogni della società per cercare di rispondere alle richieste e necessità del tessuto sociale.

E il mondo è cambiato, velocemente.

Considerare la cultura come si faceva prima della rivoluzione digitale e del cambiamento di paradigma profondo che ci attraversa sarebbe impossibile. Uscire dalla dicotomia non profit vs for profit, cultura vs economia, pubblico vs privato è ormai una necessità. 
Tutto intorno a noi parla di innovazione sociale, di nuove soluzioni generative di cambiamenti profondi, dall’impresa sociale al rinnovamento del terzo settore, dal social al green, dal movimento delle startup ai nuovi modi del lavoro.

E i giovani cominciano a uscire dalle università con un’idea molto più chiara di quello che li aspetta: rimboccarsi le maniche, inventarsi un lavoro e farlo avendo ben chiari in mente i valori in cui si crede. Anche in cultura. Una prospettiva che solo15 anni fa sarebbe stata impensabile per un giovane laureato in materie umanistiche: o mercato(quanti pubblicitari laureati in filosofia!) o stato (magari entrando per concorso in qualche amministrazione pubblica). Tertium non datur.

E quindi oggi per il settore culturale qual’ è la strada verso l’innovazione?

Innanzitutto uscire dall’idea che la cultura sia un settore. Difatto, la cultura pervade, esplicitamente o meno, le tante vie su cui si costruisce un’ipotesi di futuro e di sviluppo sostenibile. La prospettiva è segnata anche a livello europeo: connotarla quale dimensione trasversale dei diversi assi delle politiche, per strutturare e ri-orientare lo sviluppo dall’economia al welfare. Lo vediamo nei «pilastri» del programma quadro Europa Creativa dell’Ue, che individua tra le sfide il contributo della cultura allo sviluppo, all’ampliamento dei mercati e dei pubblici. Poi occorre portare a compimento la «rivoluzione» dei pubblici, superando le visioni novecentesche incentrate sulla pedagogia della fruizione come elemento di crescita e d’emancipazione dell’individuo e sul consumo edonistico (anche di cultura) come fattore di distinzione sociale e di auto-alimentazione del mercato.

Il percorso da intraprendere riguarda il passaggio da un modello basato su forme di consumo passive a un panorama di pratiche che reclamano nuove forme di ideazione, produzione, condivisione, protagonismo e partecipazione.
 Significa, inoltre, considerare con maggiore attenzione gli impatti culturali e sociali della propria organizzazione. Essere utili proprio perché si lavora con la materia culturale, che è tale perché  riassume, interpreta e comunica ciò che di meglio l’uomo ha prodotto nella sua storia.

La cultura, se ben utilizzata, in fondo è questo: capacitare all’esercizio della creatività, generare confronto, stimolare a vedere le cose in modi diversi, sviluppando la capacità di trovare soluzioni nuove e inedite. Infine, essere non solo capaci di gestire bene quello che si ha, ma anche di creare ricchezza, aggiornandosi, immergendosi nella realtà e leggendo le potenzialità di mercato. C’è molta confusione (e molta retorica) sul tema dell’innovazione. Fare chiarezza, sperimentare soluzioni possibili e portare il mondo della cultura verso forme di innovazione praticabili, sostenere chi ha il coraggio di sperimentare, questa è la sfida. (Alessandra Gariboldi e Catterina Seia – www.doppiozero.com)

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