“Si duo de nostris tollas…”

Mar
2013
08

Categoria: Cultura e società

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Tommaso Campanella

Avevo da poco ultimato la prima stesura del romanzo “La scatola dei sogni”. Ero soddisfatto per l’impostazione data: il periodare mi sembrava scorrevole, coinvolgente e di buon gusto, così come la trama, sempre appesa a un filo di incertezza, di appassionante attesa e di piacevole invito alla lettura, ma non mi convinceva la parte finale. C’era qualcosa che mi suggeriva di ritoccare l’ultimo capitolo, in cui il protagonista princi­pale si toglie la vita per non assistere impotente alle violenze e alle sopraffazioni della classe sociale “dominante”. Non potevo chiudere il romanzo rivolgendo un messaggio negativo ai lettori: sarebbe stato controproducente e diseducativo. Telefonai all’amico fraterno Maurizio Nocera, con il quale condivido da alcuni anni i pensieri di vita, e lo pregai di fornirmi qualche opportuno consiglio. La sua fu una risposta immediata e istintiva.

Consulta il filosofo Tommaso Campanella e, in particolar modo, leggi attentamente la sua opera principale, «La Città del Sole». In essa scoprirai i migliori suggerimenti”.

Trovai a fatica il libretto e lo lessi tutto d’un fiato, nonostante l’italiano fosse molto stentato e ancora legato al latino. Leggendo l’opuscoletto, incontrai utili e importanti indicazioni, che mi consentirono di ribaltare totalmente le considerazioni finali del romanzo e offrire ai lettori una figura quasi eroica del protagoni­sta.

In quella lettura m’imbattei in una bellissima frase latina, che mi lasciò a lungo di­sorientato  e, al tempo stesso, ammaliato. Il pensiero letto non era del Campanella, ma riferito ad un certo Soto, del quale il filosofo calabrese non forniva alcuna indicazione. Pensai subito che si trattasse di un poeta, di uno storico o di uno scrittore latino oppure di un dotto oratore come Cicerone. Niente di tutto ciò. Anche su Google non trovai nulla di particolare. Poi, un’illuminazione. Perché non inserire nel motore di ricerca la frase che tanto mi aveva affascinato? Detto, fatto. Come in una favola, in cui basta pronunciare la parola magica perché si sciolga l’incantesimo, allo stesso modo mi si aprì davanti agli occhi il nominativo dell’autore. Si trattava del filosofo spagnolo Domingo De Soto (1496-1560), insegnante di teologia all’università di Salamanca, il quale, nella sua opera “De iu­stitia et iure”, aveva fatto esplicito riferimento alla frase, che qui di seguito riporto.

“Si duo de nostris tollas pronomina rebus, praelia cessarent, pax sine lite foret”.[1]

Intuii immediatamente che doveva trattarsi di un pensiero stupendo, che collimava per buona parte con il mio modo di pensare e di intendere la vita. Seppure a fatica, data la mia incerta conoscenza del latino, tradussi la frase in italiano e rimasi in silenzio a rileggerla più volte e a commentarla.

“Se si eliminassero dalla vita quotidiana i due pronomi (il “mio” e il “tuo”, a vantaggio del “nostro”), le guerre cesserebbero e la pace, senza più alcuna lite, trionferebbe (nel mondo)”.

Che soavità di parole!… che pensiero sublime!… Quella semplice espressione rappresentava, almeno per me, un compendio delle Sacre Scritture offerte da Dio a Mosè!

Avevo trovato le parole magiche per presentare al meglio la mia opera.

A prima vista la frase innanzi citata sembrerebbe un pensiero senza senso, un’utopia inattaccabile, non in linea con i (correnti) comportamenti umani. Ed invece, se ci si ferma a riflettere, in essa sono racchiuse parole prodigiose con le quali aprire tutte le serrature del mondo, anche quelle impossibili. Anzi, sono più che convinto che proprio in questo pensiero sia nascosta l’essenza prima che condurrebbe l’umanità alla tanto invocata felicità. Può sembrare un abbaglio, una chimera, un sogno irrealizzabile, solo se non gli si dà la dovuta importanza.

Infatti sono dell’avviso che le varie utopie umane, almeno per buona parte, possono essere tradotte in realtà: basta avere una volontà ferma, dei buoni propositi, degli efficaci strumenti e il coraggio di cambiare lo “statu quo” delle varie problematiche.

All’inizio del XX secolo era un’eresia immaginare l’uomo in volo da un capo all’altro del mondo e, per giunta, sulla luna. Eppure questa “utopia”, come tante altre, è stata ampiamente sbugiardata dal desiderio umano di tagliare importanti traguardi.

E allora, perché non immaginare una società umana più fraterna, equa e armoniosa, in cui i pronomi “mio” e “tuo” siano consentiti, ma solo in proporzioni contenute, a tutto vantaggio del “nostro”[2], unico pronome personale a misura d’uomo?

In virtù di questa considerazione mi chiedo: “L’attuale società umana è preparata ad accettare un pensiero del ge­nere?… L’uomo è disposto a cambiare il suo “modus vivendi”, attualmente ancorato all’individualismo, al materialismo, al profitto sfrenato, alla dannosa convenienza e allo sfruttamento dei propri simili?… È possibile sostituirlo con un modello di vita che persegua scopi multipli e sociali, riqualifichi pienamente la vita di ogni uomo e gli garantisca la massima dignità?”.

Se a rispondere fosse un uomo dell’alta finanza o un grosso industriale oppure un politico compiacente, le mie sembrerebbero domande dalla risposta già scontata, cioè negativa, ma, se a replicare fosse un uomo comune che ogni giorno fa fatica a portare a casa un tozzo di pane, oppure un giovane disoccupato, il cui futuro è più nero della lavagna, o un migrante che ha abbandonato i propri affetti per sbarcare il lunario in terra straniera, o un bimbo costretto a cucire per dodici ore al giorno palloni o tomaie, o una giovane donna costretta a frugare tra i rifiuti alla vana ricerca di qualcosa di buono, allora la risposta non potrebbe che essere sensata ed univoca, cioè positiva.

Si può fare qualcosa d’importante, anzi si deve fare. Solo che di mezzo ci sono due grossi ostacoli, che al momento sembrano insormontabili ed invincibili. Il primo è rappresentato dai modelli di sviluppo e di vita, che ci vengono imposti dall’alto, il secondo dalla rassegnazione e dall’indifferenza della maggior parte della gente, che li subisce passivamente.

Anche queste sono utopie che si possono abbattere.

Il sistema di sviluppo, ovviamente, è gestito dalla “sancta sanctorum” delle varie caste nazionali, che si spartiscono, difformemente e tra tanti litigi, la “torta della ricchezza” mondiale, a costo di sfruttare al massimo ogni risorsa, di schiavizzare intere masse di persone e di offendere e dilaniare in continuazione la stessa natura.

Purtroppo le finalità di questa “gentaglia” non sono in linea con il pronome personale “nostro”, bensì sono legate indissolubilmente ai soliti pronomi “mio” e “tuo”, che da sempre affliggono il mondo degli umani, umani a modo di dire.

Il secondo ostacolo, invece, è riferito all’assoluta insensibilità ed ignoranza della stragrande maggioranza degli uomini verso i gravi problemi sociali. Questa gente, vivendo sempre in standby, cioè in una zona di confine tra la vita e la morte, ha a disposizione soltanto il tempo per procacciarsi da mangiare, figuriamoci se avverte il bisogno di istruirsi.

Stiamo parlando di miliardi di persone, che io definirei “proto-uomini” (cioè uomini allo stato primitivo), perché in tali condizioni di vita sono mantenuti da coloro che guidano a senso unico le fortune dell’umanità.

La chiave di soluzione del grosso problema è tutta incentrata nell’istruzione e nella responsabilizzazione delle masse, poiché grazie a questi importanti strumenti si possono costruire coscienze mature, dinamiche e socialmente sensibili. Mi rendo perfettamente conto che non sarà facile arrivarci, ma è bene armarsi di buona volontà e partire subito per la più grande crociata del mondo. Innanzitutto bisogna puntare al miglioramento del tenore di vita della gente povera, per poi educarla alla condivisione e al perseguimento dei vari traguardi sociali. Al tempo stesso, vanno stimolati e tutelati, nei limiti consentiti, gli impulsi e le vivacità personali.

Credetemi, amici lettori, si può rivoltare il calzino della umanità, senza ricorrere a rivoluzioni sanguinose, bensì educando alla pace, alla legalità, alla probità, alla giustizia, inculcando nella mente di chiunque i semi dell’amore e facendo leva su quel pronome possessivo “nostro”, che pacifica gli uomini e li rende mansueti e laboriosi, ma che tiene a bada le spinte egoistiche che provengono dal “mio” e dal “tuo”, che tanto male hanno arrecato all’umanità. Sono queste le uniche armi che cambieranno silenziosamente le coscienze e democraticamente le politiche economiche della società umana.

È un passo molto importante, che l’uomo deve iniziare a muovere.

È un passo che durerà decenni e forse anche secoli.

È un passo che condurrà l’uomo a ridurre le grandi sperequazioni tra gli stati del mondo e tra i cittadini del mondo.

È un lungo cammino durante il quale il “differenziale umano”, o meglio il “social spread”, tenderà sempre più a diminuire, sino a raggiungere poche unità di differenza tra le classi sociali.

Arriveremo un giorno ad ammirare l’armoniosa composizione dell’umanità, che non s’affollerà più sulla tortuosa spirale della Torre di Babele alla ricerca affannosa della propria felicità e di un senso smodato di benessere personale, ma vivrà in larghi spazi, in cui gli uomini saranno tutti “uguali” nei diritti fondamentali della vita, quali la frequenza della scuola, la garanzia di un lavoro dignitoso, il possesso di una casa a propria misura, la fruizione della sanità pubblica, la possibilità di essere giudicato da leggi eque e la certezza di essere considerato a pieno titolo cittadino del mondo, ma “diversi” nelle aspettative e nelle motivazioni di vita,  diversi per l’impegno profuso e per la produttività sociale realizzata da ciascuno. Tutti insieme sulla linea di partenza per tagliare, anche se in momenti diversi, i primi traguardi, al di là dei quali molti uomini si fermeranno per impossibilità innate a proseguire il cammino, ma non per questo dovranno sentirsi inferiori. I rimanenti, invece, cioè quelli con potenzialità e caratteristiche individuali migliori, si avvieranno verso mete più difficili, e così di seguito sino a distribuire l’umanità nei vari livelli di pertinenza.

Una società umana, quindi, sistemata su una grande collina ad ampi terrazzamenti, in cui coloro che si trovano a vivere in basso abbiano poco da invidiare a coloro che vivono in cima. Una società umana in cui le uniche differenze siano tutte racchiuse nelle diverse capacità dei singoli, nei risultati ottenuti e nei rispettivi meriti (giustamente riconosciuti agli stessi). Una società umana intenta a coltivare, sostenere ed apprezzare le “singolarità” tra le tante “pluralità”, purché i vantaggi tratti siano facilmente goduti da tutti.

Tutti insieme, quindi, ad avviarci verso un mondo dove la vita sia scandita in termini umani (e non economici), dove non ci siano né servi né padroni, per dirla come don Zeno Saltini. Occorreranno molti anni per arrivarci, ma intanto è necessario intraprendere il “viaggio”, amando ed impegnandosi in modo che tutti si sentano fratelli.

In fondo, è proprio questo il sogno che sta in cima ai desideri della maggior parte degli uomini!…

Si può fare, amici.

Note

[1] Va precisato che la frase latina riportata da Domingo de Soto nel suo trattato non gli appartiene, ma è da attribuire, come in seguito precisa lo stesso filosofo spagnolo, a Sant’Agostino da Ippona.

[2] “nostro” – Questo pronome va inteso in senso ampio, cioè con il significato di “tutti”.

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