Categoria: Cultura e società

Nessun commento

cultura-italia

Nel ciclone della crisi, con il sistema produttivo italiano che arranca, arretra, c’è un unico pilastro solido sul quale costruire il futuro: la cultura. E non si tratta della solita affermazione di principio. Ma di una verità economica sostenuta da dati e cifre. Perché, nel 2013, la nostra industria culturale ha mosso 214 miliardi di euro e l’export del settore ha raggiunto un attivo di 25 miliardi. La fruizione della bellezza, il made in Italy, quell’enorme patrimonio rappresentato dal turismo. Settori di investimento in grado di generare un effetto moltiplicatore: perché per ogni euro messo lì ne ritorna 1,67. Parte da qui, “Io Sono Cultura”, lo studio di Symbola e Unioncamere che è stato diffuso alla presenza del ministro Dario Franceschini. Uno studio che rivela anche quali sono le province e le regioni più produttive dal punto di vista dell’economia della cultura. E qui le sorprese non mancano. Ma partiamo dalle cifre. E da quelle che riguardano l’export.

Categoria: Cultura e società

Nessun commento

angela-terzani

«Ognuno, ma proprio ognuno, è il centro del mondo» dice Elias Canetti, e io non sono d’accordo con lui. Capisco quel che intende dire, ma io stessa non mi sono mai sentita il centro di niente. Mi sono vista invece come la viaggiatrice nel sidecar di una motocicletta — «si-de car» si diceva nel Dopoguerra a Firenze e ancora oggi mi viene da pronunciarlo così — in quel carrozzino, insomma, attaccato al lato di una moto degli anni Quaranta guidata da un uomo in tenuta da viaggio. Avevo trovato un motociclista con un’idea precisa di dove voleva andare — un’idea di destino, forse? —– e poiché la sua meta era molto più lontana e originale della mia, m’incuriosiva accompagnarlo per vedere dove sarebbe arrivato. La sua passione per il viaggio e l’avventura erano tali da garantirmi che sarebbe finito in posti nuovi, insoliti, affascinanti — e io con lui. In tutti i quarantacinque anni che ho vissuto accanto al mio guidatore, accompagnandolo in qualsiasi direzione volesse andare, senza mai mettere in dubbio le sue destinazioni o semplicemente la sua voglia di partire, non mi sono mai annoiata né tantomeno pentita della mia prima, istintiva decisione. E ancora oggi che lui non c’è più, continuo a viaggiare su quello stesso trabiccolo guidato da lui, come viaggiatrice a latere, come satellite. Non mi sento per questo da meno. Non credo di aver speso male la mia vita, di non essermi realizzata.

Categoria: Cultura e società

Nessun commento

ruota-degli-esposti

Il bambino trovatello, o semplicemente esposto, era per sua sventura un bambino ‘non gradito’, nato dalla relazione di due amanti al di fuori del matrimonio. La gravidanza eraquanto piùpossibile nascostadalla futura madre per non essere umiliata e, a volte, picchiata dai familiari e, peggio ancora, per non essere ‘svergognata’ dai paesani. Per tale motivo la donna, che incautamente era rimasta in cinta, ricorreva ad ogni mezzo per apparire agli occhi di tutti una donna ‘normale’. Soprattutto negli ultimi mesi, quando la gravidanza era molto evidente, la futura madre trovava mille scuse per non apparire in pubblico. La donna preferiva rimanere in casa, appartandosi in una stanzetta per ultimare un lavoro di ricamooppure facendo credere di non sentirsi bene, piuttosto che recarsi in chiesa ad assistere alla santa Messa domenicale o partecipare alla passeggiata pomeridiana per le vie cittadine e correre il rischio di essere ‘scoperta’.

Categoria: Cultura e società

Nessun commento

scuola italiana

La fine del 2013 ha lasciato all’anno nuovo, tra le tante dubbie eredità, un “Appello per le scienze umane” scritto da Asor Rosa, Esposito e Galli della Loggia1: un Appello a suo modo esemplare dello stato di un’Accademia che tiene i suoi anni al giunzaglio. Volendolo sintetizzare, questo appello denuncia «la crisi verticale che investe l’intero retaggio culturale italiano, di cui la tradizione umanistica è parte fondante», lo stato di abbandono dell’istruzione scolastica e la deriva tecnicistica dell’insegnamento, esemplificata nelle procedure di valutazione quantitativa; la conseguenza più grave del declino delle humaniora rispetto agli studi tecnico-economici sarebbe la «crisi del “politico” che è oggi uno dei problemi più urgenti che abbiamo di fronte», «perché in Italia il politico è stato costituito alle sue radici proprio da quel sapere» umanistico. Se le parole hanno un senso e il linguaggio non è mai neutrale, qualcosa vorrà dire se l’incipit di questo Appello è una excusatio non petita introdotta da una litote – «Forse non è inutile partire da una considerazione che riguarda gli autori di questo testo» –, figura retorica che Pasolini considerava propria di quei “borghesi bocciofili in doppio petto” che erano i dirigenti delle sezioni del PCI nel ’68.

Categoria: Cultura e società

Nessun commento

cittadini

Resistenza addio. È il momento della resilienza. Perché il termine, con cui è stato definito persino un movimento della nostra storia recente, lascia il posto a una parola d’origine anglosassone? Oggi si parla di “comunità resilienti” di Detroit dove, dopo il crollo della General Motors e la brutale deindustrializzazione, la città si è svuotata dei suoi abitanti e il Comune ha dichiarato bancarotta. Eppure arrivano a Detroit settimanalmente ricercatori e attivisti di tutto il mondo per studiare le pratiche collaborative come gli orti di comunità, le fabbriche trasformate in parchi giochi, le reti di vicinato. E non c’è solo Detroit, ma anche altre esperienze negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. “Resistere” è un verbo con una storia molto antica; indica una situazione per cui si “sta fermi e saldi contro una forza che si oppone, senza lasciarsi abbattere”. “Resilienza” è più recente, rimonta al Settecento (“capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi”), sebbene il suo uso in campo metallurgico sia del 1932. L’etimo è esplicito: “saltare indietro”.

Categoria: Cultura e società

Nessun commento

philip-roth

Philip Roth è seduto al tavolo davanti alla macchina da scrivere. Lo vediamo attraverso la finestra, rinchiuso tra le sbarre dell’infisso. Inforca un paio di occhiali da vista, una mano sul fianco e una al mento. Un sottile nervosismo sembra attraversarlo, la bocca socchiusa e la mascella in tensione, forse la presenza del fotografo, più probabilmente la rilettura del testo. A prima vista sembra notte, lo fa pensare anche la lampada accesa, in realtà nel riflesso della finestra s’intravede una luce diurna che illumina alcuni alberi. La fotografia è di Bob Peterson e fa parte di una serie che ritrae Philip Roth al lavoro. Siamo nel 1968: l’anno successivo il Lamento di Portnoy lo metterà al centro della scena letteraria americana. Vent’anni dopo, in seguito anche ad un esaurimento nervoso, darà alle stampe I fatti (Einaudi, traduzione di Vincenzo Mantovani).